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Ninna nanna

Ninna nanna
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Il bambino è morto. La bambina non ce la farà. Louise, la bambinaia, li ha accoltellati e poi ha tentato di uccidersi. Lei potrebbe sopravvivere. La madre è trasferita in ospedale, in stato di choc. Il padre è fuori città per lavoro. Poi, un salto indietro nel tempo. Myriam ha partorito per la seconda volta, pensava che fare la mamma a tempo pieno sarebbe stato fantastico, ma in pochi mesi diventa essere insofferente a tutto: ai pannolini, ai rigurgiti, alla vista dei suoi stessi figli. Era un avvocato di talento, Myriam, e vuole tornare al suo lavoro, ha già ricevuto un’offerta interessante. Ne parla a Paul, lui è d’accordo. Incontrano alcune potenziali bambinaie, nessuna sembra all’altezza. Infine, Louise. Dire che ha ottime referenze è dire poco: le famiglie in cui ha prestato servizio la dipingono come un angelo, una di “quelle figure che a teatro cambiano le scenografie al buio, sollevano un divano, con una mano spingono una colonna di cartone, con l’altra un pannello del fondale”. Louise è nubile, ha una figlia grande che abita lontano, indossa abiti modesti e non ha pretese sull’orario, né sulla paga. È amore a prima vista, soprattutto con i due bambini: un amore che si trasforma, inesorabilmente, e diventa simbiosi…

Ninna nanna comincia dall’epilogo. Nelle prime duecento parole Leila Slimani spiega che i due bambini moriranno, come e chi li ha uccisi. Chapeau. Tenere incollato alla pagina chi sa già come andrà a finire è uno dei talenti più raffinati. Tanto più se chi legge sa che qualsiasi cosa dicano o facciano i personaggi, qualsiasi emozione provino, qualsiasi decisione prendano o rimandino, la loro famiglia è destinata a una delle sorti peggiori che si possano immaginare. Non a caso, il romanzo ha valso all’autrice il Premio Goncourt. La Slimani ha scritto Ninna nanna mentre era incinta, ispirandosi a un fatto realmente accaduto negli Stati Uniti. Ha analizzato a fondo gli articoli di giornale e gli atti dei processi. Ha fatto una scelta coraggiosa e difficile, quella di non essere giudicante. Un secondo, autentico talento è saper andare a fondo nell’interiorità di chi compie un’azione così terribile. Non solo “perché lo ha fatto”, ma cosa è avvenuto dieci anni prima, un anno prima, un mese prima, un minuto prima, quale giro perverso ha compiuto la sua mente per avere un così disperato bisogno di quiete e di silenzio, in una casa disseminata di giocattoli e risate e vestitini macchiati di merenda. Perché una donna che ha dedicato tutta la vita a occuparsi dei figli altrui decide di assassinare quanto ha di più caro? Perché ha scelto proprio quel modo, quell’arma, quella circostanza? Perché ha atteso proprio quel giorno?