Noi, i sopravvissuti

Noi, i sopravvissuti

Vi sono individui per i quali la vita non è altro che una successione inesorabile di fallimenti, finché ad un certo punto qualcosa si spezza e il tentativo di rialzarsi diventa quasi paradossale, sicuramente inutile. Ah Hock è giunto a questa amara considerazione dopo una vita costellata da casi avversi e rovesci di fortuna, nella convinzione ormai che non esistono scelte giuste o sbagliate, esiste solo quello che il destino ha deciso di riservare ad ognuno, a prescindere dal libero arbitrio. Poco contano le buone intenzioni, l’impegno, la fatica, l’onestà...nessuno sfugge alla propria sorte, fortunata o disastrosa che sia. Diversamente non si spiega come mai si è trovato quella notte lungo l’argine del fiume, assieme a Keong, nonostante si sia sforzato per anni di tenere quella compagnia malsana lontana da sé. Diversamente non si spiega perché, ciononostante, è capitato nel bel mezzo di un malaffare, una tratta di operai clandestini. Diversamente non si spiega come abbia potuto ammazzare a bastonate un trafficante, per poi fuggire nella notte in attesa dell’inevitabile arresto. Eppure Ah Hock ce l’aveva messa tutta per rifarsi da quel villaggio di pescatori talmente piccolo da non risultare in nessuna cartina, da quell’infanzia senza padre, dalla precarietà di infiniti lavori alla giornata, da quella esistenza miserabile che sembra sempre non offrire vie di fuga e a cui si sente condannato a vita. Ed è così: vi sono individui per i quali un’esistenza miserabile è l’unica possibile...

La potenza di questo romanzo di Tash Aw (autore “multietnico”, nato a Taiwan da genitori di origine cinese, ma cresciuto in Malaysia e infine giunto in Inghilterra) è paragonabile a quella delle alte maree che periodicamente inondano e devastano proprio i villaggi di pescatori e che qui vengono così ben descritte. Noi, i sopravvissuti lascia dietro di sé la stessa amarezza nel vedere il nulla che resta a marea ritirata, ma anche la stessa rassegnazione per cui si sa che prima o poi un’altra ondata distruggerà tutto. Troppo poco si conosce di una realtà sotterranea (perlomeno agli occhi degli Occidentali) così drammatica e spietata come quella esistente in parte del Sud-Est Asiatico, dove le dinamiche della sopravvivenza e della miseria, già di per sé crude, si intrecciano a una rete capillare di criminalità, razzismo e corruzione. La lotta è estenuante, l’ambizione la stessa, un “American dream” dagli occhi a mandorla: riscattarsi dalla povertà, accedere alle grandi metropoli, ascendere dalla capanna nel fango all’attico a Kuala Lumpur. Ma non c’è posto per tutti e il plurale del titolo lascia intendere che le vicende di Ah Hock sono le vicende di chissà quanti altri, schienati a terra da una sorte che non fa prigionieri ma solo vittime, e che al limite costituiscono materiale avvincente per un reportage o uno studio sociologico, scritti da chi invece “ce l’ha fatta”, da chi sceglie di sporcarsi le mani con queste storie, salvo poi andarsele a lavare nella propria stanza di un albergo stellato.



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