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Non dipingerai i miei occhi

Non dipingerai i miei occhi

Parigi, 1916: la Francia è in guerra contro l’Impero austoungarico e la capitale è una “serra in abbandono. Chi può fugge nelle campagne. Troppi uomini e ragazzi sono al fronte”. La Belle Époque è un lontano ricordo. Gli artisti stranieri sono stati tra i primi ad arruolarsi, per difendere “la patria d’adozione e e ottenere quello che altrimenti sarebbe stato impossibile conquistare, la cittadinanza francese”: alcuni hanno conosciuto l’orrore delle trincee, e sono tornati dal fronte con ferite nel corpo e nello spirito; altri sono stati respinti: troppo malati, o denutriti, persino per diventare carne da cannone. Tra loro c’è l’italiano: Amedeo Modigliani, Modì, o Dedo per gli amici: scartato perché malato di tisi. Jeanne Hébuterne lo ammira da tempo: continua a chiedere a Chana Orloff, la scultrice russa, amica che hanno in comune, di presentarglielo. Del resto, “Chana conosce tutti in quel miraggio che è Montparnasse, dove si animano i sogni d’arte e gloria di tanti miserabili”. Modigliani nel giro degli artisti è già considerato un genio. Le donne sono attratte dal suo fascino magnetico e oscuro, e lui non si tira indietro: dopo aver chiuso una burrascosa relazione con la scrittrice britannica Beatrice Hastings, condita da urla e scenate, si è costruito la fama di seduttore, di uno che si porta a letto le modelle che posano per lui. Si incontrano per caso all’Accademia Colarossi, dove lei ha studiato, si è perfezionata come pittrice, ha appreso l’arte del nudo dal vivo, ha iniziato a ideare e realizzare gioielli. Jeanne lo ritrae rapidamente, di nascosto, mentre lui è incantato nel ritrarre a sua volta una modella. E quando Modigliani la sorprende a rimirare quel disegno, entrambi comprendono: “…conoscersi è luce improvvisa”…

Nonostante una produzione artistica non certo marginale, non è facile reperire immagini dei dipinti di Jeanne Hébuterne, pittrice e disegnatrice, formatasi presso la prestigiosa Académie “Colarossi”, modella, passata alla storia come musa ispiratrice e compagna di Amedeo Modigliani, che, appena ventunenne, incinta del loro secondo figlio, si diede la morte il giorno dopo la dipartita dell’artista italiano, avvenuta a trentacinque anni per meningite tubercolare. Le opere della pittrice sono state per anni nascoste dalla famiglia di origine, il cui cattolicesimo sfociava nel bigottismo: il padre di lei acconsentì a far seppellire la figlia nella stessa tomba del suo amato nel cimitero parigino del Père-Lachaise solo a distanza di dieci anni dalla loro morte: “Jeanne Hébuterne. Nata a Parigi il 6 aprile 1898. Morta a Parigi il 25 gennaio 1920. Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio”, recita in italiano la sua lapide. Grazia Pulvirenti, saggista, titolare della Cattedra di Letteratura tedesca presso l’Università degli Studi di Catania, sotto la cui egida è anche project leader del gruppo di ricerca e studio interdisciplinare “Neuro Humanities Studies”, regista teatrale di opere liriche, ha costruito il suo romanzo d’esordio utilizzando come punto di partenza il catalogo Le silence éternel. Modigliani – Hébuterne (1916-1919), curato da Marc Restillini, il primo ad occuparsi in maniera sistematica dell’opera della giovane artista. Tra dipinti veri e immaginari, citazioni più o meno letterali delle fonti e libere ricostruzioni, Non dipingerai i miei occhi – dedicato alla Hébuterne e “…alle donne scomparse nell’ombra della storia. Affinché il loro sguardo silente possa ancora parlare…” – non è solo il racconto di una relazione tossica, ancorché profonda e pulsante di vita, arte e passione. È un testo che non risparmia al lettore dolore, disperazione, soprattutto nelle strazianti pagine finali, ma che lascia emergere potente la visione poetica di una donna capace di cogliere l’essenza della propria arte, di quella del suo compagno, forse di tutto il suo tempo, meraviglioso e feroce. È la raffigurazione a pennellate decise di un’epoca irripetibile, che restituisce l’atmosfera della Parigi degli anni del primo conflitto mondiale, dove personalità come Hébuterne, Modigliani, Picasso, Foujita, Utrillo, Max Jacob creavano, si influenzavano reciprocamente, davano vita a movimenti destinati a rivoluzionare la stessa concezione delle arti raffigurative. Spiriti che vivevano spesso della effimera gloria di un’esposizione, della benevola recensione di un critico, tra stenti, rivalità, alcol e hashish: vite spinte al limite, ed oltre, ognuna nella propria esplorazione delle forme, dei colori, della bellezza, delle anime.