Salta al contenuto principale

Non dire addio ai sogni

Non dire addio ai sogni

Davanti al mare piatto di Genova Amadou, sedici anni, pensa all’uomo che è stato costretto ad essere negli ultimi due anni. Il ricordo di Palo, nella provincia di Thiès, in Senegal, gli provoca una fitta di dolore. È la nostalgia, il freddo del fallimento. La memoria torna a quando era solo il più promettente ragazzino dei dintorni a giocare al calcio, al suo idolo Dani Alves, terzino destro del Barcellona, al sogno di seguire le orme di Mamadou N’Diaye, che era finito all’Olympique Marsiglia, a quel maledetto giugno del 2014. È stata la voglia di riscatto e il pensiero che lui potesse essere quell’uno che su mille ce l’avrebbe fatta, ad annullare la capacità di discernimento, non tanto sua, quanto di papà Boukary e di mamma Awa, dello zio Omar, perfino della sorella Aisha, che in lui aveva visto l’unica possibilità di diventare una stilista. Tutti incantati dalla promessa di quei due truffatori, renderlo un calciatore professionista. Del resto era diffusa la notizia che Josep Colomer, un talent scout spagnolo che gestiva il progetto “Football dreams”, stava viaggiando per tutta l’Africa a caccia di campionissimi. Con le tasche piene dei petroldollari dell’emiro del Qatar, doveva cercare le pepite più preziose e portarle all’accademia Aspire di Doha. Poteva essere la volta buona. Così per pagare i seimila euro, presunti costi iniziali da sostenere, Aisha si è dovuta sacrificare, immolandosi come sposa al ripugnante, ma ricco, Mustafa. Il suo sogno si sarebbe finalmente avverato. Ma atterrati all’aeroporto di Marsiglia, George si dilegua...e ora è in attesa dell’imbarcazione con il carico, Moussa gli ha promesso il guadagno di un anno. Improvvisamente una lama violenta di luce blu squarcia il flusso di coscienza e si aprono le porte del tribunale dei minori...

Chi è Amadou Gueye? Un migrante economico, uno spacciatore di cocaina o la vittima di un Occidente che dovrebbe sentirsi in colpa per aver inventato e alimentato il traffico di giovani africani aspiranti calciatori? È la tratta dei nuovi schiavi, un business redditizio, spesso con solide organizzazioni criminali in regia. Alla ricerca dei loro sogni, molti minorenni vengono prelevati dai luoghi di origine con la falsa promessa di essere introdotti nel mondo stellare del calcio, per poi finire tra gli artigli di malavitosi in Europa. Nient’altro che truffe e sfruttamento di essere umani. Gigi Riva, giornalista, editorialista de “L’Espresso”, scrive di questo in Non dire addio ai sogni, e lo fa strutturando un romanzo che segue il modello classico del percorso, del viaggio, narrando le vicende del giovane Amadou. Nel libro c’è un punto di partenza, un’evoluzione narrativa e un approdo finale, che è preferibile lasciare alla curiosità del lettore. Ci sono due aspetti che caratterizzano questo testo. L’inizio del libro coincide con la fine del percorso avventuroso. È Amadou che ne ripercorre le tappe dal principio, in una sorta di flusso di coscienza, di retrospezione, rievocando fatti passati, fino a tornare di nuovo all’approdo finale. Ciò che manca in questo universo narrativo forse è un po’ di unità al tutto. Frequenti le fughe da ciò che l’autore sta raccontando, con pagine dedicate a storie di personaggi secondari eppure connessi all’avventura del protagonista, senza economia di particolari (pensiamo alla fidanzata Katia, a George il truffatore). Interessanti invece le brevi ma puntuali considerazioni di matrice storica, politica e religiosa (Riva ne sa di geopolitica, essendo stato a lungo inviato speciale in Medioriente e nell’ex Jugoslavia), la narrazione dei gesti di umanità di Salomon, la luce sempre accesa sulla famiglia lontana in Senegal, che bene si armonizzano nell’architettura generale del libro. Finzione, cruda realtà e scrittura fluida per raccontare di questa nuova forma di schiavitù.