Non fate i bravi

Umiltà: il sentimento che consente di riconoscere i propri difetti ed i propri limiti. È la capacità di vivere senza esagerazioni, senza strafare, al contrario dell’orgoglio, che è l’egocentrismo di chi non riesce a frenare la propria vanagloria… Probabilità: non serve a nulla fare scelte nella vita in base alle probabilità, perché non vi è nulla di scientifico e di certo in questo tipo di scelta. “Se sei sul libro delle partenze non incide fare o meno i bravi”… Velocità: richiede concentrazione ed è direttamente proporzionale all’intelligenza, ma la velocità estrema mette a rischio la possibilità di fermarsi ad ammirare i dettagli di ciò che ci circonda… Dolore: è capace di renderci più profondi e più forti, è una cassa di risonanza per le emozioni e “ci sono anime che rispondono al dolore e alla sofferenza con la luce, assorbendola con terreno fertile”… Senso di colpa: sentimento negativo, fratello dell’insoddisfazione, che porta inevitabilmente all’insicurezza ed all’infelicità. E – quel che è peggio – si tratta di un virus trasmissibile, difficile da identificare, per debellare il quale l’unica soluzione è respirare, uscire dall’apnea e rivolgere il corpo al sole così da far cadere qualunque ombra alle proprie spalle… Vita: è bene ricordare sempre che la vita è una, che solo una piccola parte di essa è rappresentata dagli eventi che accadono, mentre tutto il resto dipende da come si reagisce a questi stessi eventi. E chi non vuole sapere nulla della propria sorte diventa in realtà padrone di ogni singolo giorno… Paura: quando era piccola, la sfidava salendo le scale al buio, poi col tempo ha imparato che per ”venirne fuori bisogna buttarsi dentro, a capofitto”… Mamma Margherita: una presenza fissa e costante, una “leonessa che non teme il re della foresta”, una realtà silenziosa, tenace, vera maestra di vita ed “umile compagna di sventure”…

“Se il fine vita è una clessidra che si svuota, Nadia l’ha riempito di parole” ha scritto Pino Corrias su “la Repubblica” in occasione dell’uscita di questa raccolta di pensieri, buttati giù da Nadia Toffa tra gennaio e giugno 2019 di notte, sul cellulare, e raccolti dalla madre Margherita perché la figlia aveva espresso fortemente il desiderio che venissero pubblicati, dopo la sua morte. E la Toffa, che per anni è stata la voce degli emarginati e di chi non era in grado di farsi ascoltare, con le parole ci sapeva fare, molto. È riuscita a lasciare in eredità una serie di riflessioni che sono, nello stesso tempo, un diario dei suoi ultimi giorni ed un profondo dialogo interiore, ad opera di una persona che non ha mai smesso di lottare, non si è fatta sopraffare dalla paura ed ha cercato – e trovato – conforto e pace nella spiritualità e nella fede. Solo una volta si nomina la malattia in queste pagine: non è più tempo di farlo e già Nadia ne aveva abbondantemente parlato nel precedente libro Fiorire d’inverno; ora si deve soltanto celebrare la vita e quel Dio che non fa errori, quel Dio di cui lei si sente una creatura, quel Dio nel quale ripone le sue speranze, muovendo “le pedine che mi sono rimaste giocando a scacchi contro il destino confidando nel divino”. La Toffa, che di sé scrive: “non urlo per autoritarismo, ma solo per entusiasmo”, riesce ad urlare anche durante i suoi giorni di silenzio, quando la malattia l’ha ormai stremata; scrive di zucchero a velo, di nuvole, di karma, di libri, di eternità, di “stupenderia”. E scrive di genitori mutilati, con il pensiero sempre rivolto alla madre, “galassia d’amore” dalla quale distaccarsi è forse l’unico vero dolore. Parole dirette, coraggiose, che arrivano al cuore ma non intristiscono, perché rimandano l’immagine di un folletto che cammina “scalza spazzata dalla brezza, cammino sulle punte anche se sono nata per correre scalza. Annuncio di libertà, profezia del domani”.

 


 

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