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Non rompere niente

Non rompere niente

È una notte uguale alle altre, piena di pensieri e di sogni, quando l’affascinante commissario Anastasio Ventura viene svegliato dalla centrale del 113 a cui una chiamata anonima ha denunciato urla agghiaccianti provenire dalla villa in collina. Quella villa su cui, scoprirà presto, si raccontano storie in questa lingua insaporita, “come la pasta al forno” locale: “così piena di ingredienti e condimenti che non si capisce quello che stai mangiando”, una lingua “che solo a pronunciarla impari la vita”. Contemporaneamente giunge segnalazione che un accoltellato senza nome si trova ora in prognosi riservata all’ospedale civico. Suo malgrado Ventura si ritrova quindi invischiato in uno strano caso a rovescio, dove il delitto appare solo alla fine. Lui, “linguacciuto e disubbidiente”, contestatore e sempre alle calcagna di legalità e giustizia, che voleva solo attendere invisibile la pensione, nascosto nell’anonimato di un’isola sperduta, in un commissariato dimenticato, con l’unica compagnia del mare che lava e sbianca i pensieri. Lui che ogni sera sulla panchina del lungomare osserva, pensa e sente nostalgia di una vita non vissuta e ha bisogno di quel mare per spegnere i pensieri sulla sua vita immobile, vuota, si trova invece a lavorare fianco a fianco con l’appuntato Maria Lo Faro, detta Isola – nomen omen – esuberante, logorroica, procace, filosofa di vita, esperta cinefila, abile cuoca e con l’incontenibile ed entusiasta sogno di entrare nella piggì, la polizia giudiziaria...

Romanzo d’esordio di Marilina Giaquinta, Non rompere niente è un giallo atipico, squilibrato quasi, dove il delitto è solo il contorno che trattiene tutto il resto: la filosofia spiccia sulla vita e sull’amore, le metafore e i lunghi monologhi che Maria impone senza scampo e che come fiumi in piena travolgono Ventura e il lettore che si ritrovano avvolti, o quasi invischiati, nei suoi pensieri senza freni. I personaggi sono risicati, come se non ci fosse posto per tutti tra le pagine riempite di dialoghi, soliloqui e battibecchi dei due protagonisti, anche a discapito delle descrizioni, poche anche se molto intense, come l’adattamento di un testo teatrale. Gli ingredienti sono ben bilanciati: amore, solitudine, giustizia, morte, vendetta, abbandono, rassegnazione e resilienza. Diventano protagonisti anche l’isoletta, mai specificata ma che si intuisce essere siciliana, con il mare dappertutto e i pescatori bruciati da sole e fatiche, i chiacchiericci e gli stereotipi, e il dialetto che acquista potenza narrativa e corpo come un personaggio vero: una lingua nuova, un amalgama di espressioni dialettali, italiano, neologismi e influenze straniere. Spesso si perde il filo, ma è delizioso smarrirsi nelle elucubrazioni della Giaquinta che parla attraverso l’impeto di Maria e offre spunti di riflessione per seguire i quali la mente vaga e si abbandona, per poi tornare sui binari della narrazione, arricchita di un punto di vista nuovo. “Ma come si fa a non rompere niente? […] La nostra crescita è una continua rottura”.