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Non so che viso avesse

Non so che viso avesse

Francesco nasce il 14 giugno 1940 a Modena, ma i suoi ricordi felici sono tutti legati ad un mulino, quello della famiglia paterna a Pavana, un piccolo paesino della provincia pistoiese. Pavana è soprattutto il mulino ad acqua presso la casa dei nonni dove Francesco vive i prime cinque anni di vita. Un’antica tradizione quella dei Guccini, mugnai da generazioni, addirittura dal Cinquecento. Pavana sono anche le estati passate in famiglia tra zii e nonni, con i cugini e gli amici a nuotare nel fiume, a pescare, i pranzi e le cene, i Natale al caldo di un fuoco amico. A Modena invece Francesco cresce, studia all’istituto di Magistero e inizia a svolgere il lavoro sognato sin da bambino: il giornalista. I primi incarichi presso la “Gazzetta dell’Emilia” sono poca cosa, robetta, talvolta neanche pagata, articoli realizzati per passione più che per professione, comprese una serie di racconti fantasy e una recensione negativa a Domenico Modugno, fonte di tanta vergogna e pentimento col senno di poi. In questi anni Francesco inizia a suonare la chitarra, strumento amato, che lo accompagnerà sempre nella vita come nella carriera. Comincia a suonare in piccoli complessi locali – “I Marino’s” prima “I Gatti” poi – di giovani musicisti sgangherati e squattrinati, che si esibiscono nelle balere della zona. Trasferitosi a Bologna, studia alla facoltà di Lingue, ma nel 1962 arriva anche per lui il servizio militare svolto tra Lecce, Roma e Trieste. Il ritorno è l’inizio di una nuova storia: Francesco si sposta all’indirizzo letterario della facoltà di Magistero, comincia a frequentare le osterie della città, l’Osteria dei Poeti, l’Osteria delle Dame, le osterie di fuori porta, insomma. Si lega agli amici storici e ai giovani amori, inizia a scrivere le prime canzoni: al 1965 risale La canzone del bambino nel vento (Auschwitz). Il resto è storia…

Il libro, metà memoir metà saggio musicale, è diviso nettamente in due parti: la prima autobiografica, scritta da Francesco Guccini, e la seconda affidata alla narrazione di Alberto Bertoni, professore universitario di Letteratura italiana a Bologna e amico del cantautore. La voce, in questo caso la penna di Guccini racconta per temi salienti i suoi primi ottant’anni: la famiglia, le origini, Pavana e il suo mulino, la via Emilia, Bologna, le chitarre amate come donne, le esperienze cinematografiche. Guccini si esenta da qualsiasi riferimento alle proprie canzoni, anzi in merito scrive: “Non parlo quasi delle canzoni, lascio che siano altri a farlo. Perché come si fa a raccontare di lampi improvvisi, di sensazioni fugaci, dell’affannosa e pure eccitante ricerca di parole, che siano quelle giuste, di rime che si incastrino nei versi, di donne che mi hanno amato e che io ho amato? Le canzoni si raccontano da sole, e basta”. È a Bertoni che spetta invece il compito di indagare la vasta produzione gucciniana. Se i capitoli scritti da Guccini assomigliano ad una chiacchierata tra amici per lo stile colloquiale di scrittura e per il flusso di ricordi che accompagna il racconto, Bertoni conduce una puntuale analisi, a tratti filologica, dei testi del repertorio del cantautore emiliano. Non so che viso avesse, oltre a mettere in risalto le straordinarie doti di Guccini come cantautore, categoria d’artista nata proprio con lui e Fabrizio De André negli anni Sessanta, catapulta il lettore all’interno dei tempi e dei luoghi della memoria gucciniana, nelle stesse atmosfere che si respirano ascoltando le sue canzoni. Gli spaccati di vita intima e privata del Guccini uomo si trasformano da sempre all’interno dei suoi brani in affreschi collettivi di un’epoca intera. Ritratti di uomini e donne, storie d’amore e di delusione, eventi storici e politici, tutto unito in un repertorio capace di rivelare non solo la bravura di Guccini, ma anche la sua straordinaria cultura. Insomma, è un libro da leggere con accanto YouTube per poter correre ad ascoltare o riascoltare ogni canzone citata.