Notorious

Notorious

È probabile che chiunque conosca Conor McGregor, trentaduenne campione di arti marziali miste, abbia nella sua mente un’immagine ben sedimentata dell’irlandese: spavaldo, irriverente, carismatico, il fisico scolpito e tatuato, una personalità straripante e in grado di accentrare su di sé e sul suo sport quelle attenzioni che mai le MMA avevano ricevuto. Insomma, si potrebbe erroneamente immaginare il giovane McGregor come un predestinato, un lottatore nato che già in età acerba lasciava intravvedere le stimmate del campione. Niente di tutto ciò, perché Conor era un ragazzino che non faceva sospettare nulla del suo avvenire radioso. Pur senza passione specifica per un club (come molti ragazzini irlandesi, pare tifasse United) si è dedicato in un primo momento al calcio, visto come salutare valvola di sfogo per la voglia di vita e attività fisica, per incanalare quella mentalità tribale che anima i vari gruppi organizzati. Il sogno di entrare in Premiership è presto sfumato, lasciando spazio alla passione – o forse meglio dire all’ossessione – per i combattimenti (non solo su un ring, ma anche per strada). È un interesse che nacque per caso, ovvero da esigenze pratiche: sei bulli un giorno lo accerchiarono, lui sgusciò via con quel gioco di gambe fulmineo che aveva visto fare al grande Muhammad Ali, il cosiddetto “Ali shuffle”. In quel caso servì a ben poco perché i bulli, forti della superiorità numerica schiacciante, ebbero la meglio, ma quello fu il punto di inizio col sapore della folgorazione. Conor da quel giorno si è dedicato anima e corpo al pugilato, mentre l’amico Tom Egan praticava karate e kickboxing. Nessuno dei due è mai stato un purista, anzi entrambi hanno sempre creduto che il futuro siano le MMA, dove stili di combattimento differenti e distanti si integrano e si armonizzano...

Jack Slack, pseudonimo di un noto (per chi sia fan dello sport) scrittore e insider delle MMA, traccia nel suo Notorious un profilo interessante di quella che si può definire, a ragione, una sorta di rockstar delle arti marziali. Il racconto parte dalle origini del mito di Conor McGregor, che come spesso accade si annida in un ragazzino quasi insospettabile, la cui parabola inizia l’ascesa vertiginosa per una serie di circostanze quasi casuali. Gli eventi giusti, gli amici giusti (s’è già detto di Egan, ma va citato soprattutto quel John Kavanagh che viene definito “il principale responsabile dell’ascesa di Conor McGregor e delle arti marziali miste in Irlanda”, suo padrino e mentore), la decisione sofferta di lasciare la scuola a sedici anni. Forse anche per antitesi rispetto a Kavanagh (pacato e insicuro, perennemente alla ricerca di un miglioramento da ottenere attraverso il lavoro e la sofferenza), Conor è diventato lo showman che tutti i ring del mondo hanno imparato a conoscere. I’m the fucking future! ebbe a dire, con la sua consueta misura. Molte altre spacconate si ricordano soprattutto prima di quello che è stato definito “The Biggest Fight in Combat Sports History”, il match contro il pugile Floyd Mayweather del 2017 che vedeva il confronto fra le stelle assolute di boxe ed MMA sul terreno comune del pugilato (ragion per cui Floyd vinse per ko tecnico). Al di là del personaggio eccentrico e iconico, oggi Conor McGregor è il numero uno del suo sport per come ha arricchito il suo bagaglio tecnico: ha preso in prestito elementi significativi da ogni disciplina delle arti marziali, dalla capoeira al taekwondo, al muay thai, e facendo suoi elementi misti, come i lowline side kick o i jumping switch kick.



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