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Nove

Nove

Acqua. Un inverno mite in tutto e per tutto, ma la pioggia è tanta, tantissima e la terra ormai la respinge, non è più in grado di assorbire una sola goccia d’acqua. Questa stagione invernale per niente rigida nella sua dolcezza riesce ad assorbire la primavera, a farla sua e goccia dopo goccia, a impadronirsi dei mesi più belli, di quelli in cui sbocciano i fiori e i prati si riempiono di colori. Per i pescatori è tempo del pesce azzurro e per poter ottemperare a questo dovere indossano impermeabili che si inzuppano immediatamente di quella pioggia che cade inesorabile. Si riuniscono di primo mattino nei bar, quelli che si trovano in riva al mare, dove la puzza di pesce non va mai via. Bevono velocemente il caffè e ascoltano le previsioni del tempo, come fosse una sorta di rituale. Non c’è alcuna buona notizia per loro, il tempo non migliorerà, il mare sarà grosso anche in questa tetra giornata. Inutile salpare, correrebbero un grave rischio, senza ottenere nulla in cambio. Qualcuno si dispera, perché il piatto in tavola dipende esclusivamente dalla barca e la pesca dei gamberetti, quella più redditizia, già precedentemente rinviata, sarà ulteriormente rimandata. Il mare è gelato, nonostante maggio sia alle porte, e i gamberetti arrivano solo con le correnti calde. Quest’anno non si vedono e con loro non si vedono nemmeno i bagnanti. Qualcuno continua ad alzarsi presto per andare a svuotare le imbarcazioni, qualcun altro, invece, ha ormai rinunciato e continua a dormire, facendo brutti sogni e lasciando affondare la barca. Quando questo incubo sarà finito, ci penseranno a tirare fuori le imbarcazioni, a ripulirle e a renderle nuovamente perfette per la pesca. Picchia la pioggia, batte come se volesse far crollare ogni cosa, come se volesse distruggere tutto quello che le capita. Ormai le case sono pregne di umidità, le stesse fondamenta sono colme di acqua, un’acqua che non ha nulla di stagnante, perché continua a rinnovarsi. Ovunque cresce, impossibile muoversi senza bagnarsi almeno fino alla vita. Le cose non vanno meglio in casa, dove l’umidità regna sovrana, dove si dorme tra le lenzuola bagnate, dove le coperte sono fredde e non danno più calore alcuno. Le scure non costituiscono alcuna difesa contro il rumore, l’acqua arriva imperterrita, cambiando continuamente angolazione, producendo così, un suono sempre diverso. I tetti non reggono più e la lasciano passare, esattamente come hanno fatto le frontiere polacche, quando hanno cercato di fermare i tedeschi...

Un romanzo complesso, dalla trama compatta e ben congegnata questo Nove di Andrej Nikolaidis. Una mistura ben riuscita di sofferenze dell’anima e fatti scellerati, che dona vita a una storia per certi versi rocambolesca, che si snoda intorno a identità nascoste e non definite, alle crudeltà scaturite dalla guerra e a quelle delle morti volute e non fatte passare per tali. La penna di Nikolaidis si tinge di dolore, ma anche di umorismo, si colora di giallo, ma anche di quel nero che ferisce i sentimenti di chi viene abbandonato o quanto meno si sente tale. Grande la capacità dell’autore di creare una sorta di altalena tra sentimenti scaturiti dal vissuto e fatti che fanno da sfondo alla vicenda. Protagonista indiscusso della storia è un giornalista senza scrupoli, che tenta di spiegare le frustrazioni della sua vita, riconducendole a fatti realmente accaduti e che potrebbero aver segnato la sua esistenza. Parte, quindi, alla ricostruzione della sua storia, che vede una madre scomparsa e una nonna atipica, che mai ha dissipato i suoi dubbi, anzi, in qualche modo li ha alimentati con le parole e gli atteggiamenti. Così, l’uomo immagina e cerca di trovare spiegazione a quel suo immaginario. Crede che la sua infanzia sia stata avvolta da un complotto, sospetta che quella nonna non sia tale, inizia a pensare che, forse, quella madre non sia realmente scomparsa. Partendo dalle elucubrazioni e dalle ricerche del protagonista, Nikolaidis introduce il lettore in un mondo che racconta un pezzo di storia triste la cui esistenza spesso è, volutamente o no, sfuggita al mondo. Donne scomparse, figli trafugati, omicidi nascosti, cadaveri seppelliti lontani dai loro cari: uno scenario terrificante quello disegnato nel romanzo. La scrittura dell’autore bosniaco non delude: asciutta, lineare, essenziale, pur conservando autenticità e sinuosità, nella sua elegante semplicità. Un romanzo che tende ad abbattere tutti i modelli balcanici del postcomunismo e a dare una visione più positiva della vita, pur portando alla luce fatti di estrema gravità. Sempre si può risorgere e sempre si ha il dovere di farlo.