Novecento rom

Novecento rom
La fine del 1989 in Romania coincide con gli ultimi giorni di vita e di potere di Ceauşescu. Il popolo sceso in piazza ne chiede la testa. Ne avrà indietro l’intero corpo. Il suo e quello di sua moglie Elena. Sembra che il tempo del comunismo stia consumando i suoi ultimi refoli nell’Europa dell’Est che dall’oggi al domani si trova sguinzagliata dal monolite sovietico. Non tutti però vedono in questo il segno di un avvenire migliore. Non i rom, figli del vento e delle stelle, legati al doppio filo delle loro tradizioni e della loro storia errabonda, radicati nelle loro terre da radici ideali profondissime eppure invisibili, che leggono nel tempo che cambia il presagio di altre sventure. Capiscono che non sarà quella una nuova alba e le donne, così ostinate a scrutare il cielo per carpirne i presagi nella mappa delle stelle, chine sulle carte o suoi fondi di caffè per studiare le geometrie assegnate al futuro degli uomini, così attente a dare un significato ai voli degli stormi, anch’esse, capiscono che per il loro popolo la novità combacerà con altri lutti. Dopo la morte di Jonela, una zingara bellissima e sfrontata che aveva fatto della propria vita uno strumento per rompere il muro di indifferenza tra i gagé ed i rom, leggono che altri tempi difficili arriveranno e prima che gli eventi precipitino è necessario che i giovani partano. Tra questi c’è Decebal, figlio di Simplon e Izvoranka, ragazzo un po’ confuso, travolto dagli eventi, ammaliato dagli slanci innovativi di Jonela e Sebastian e tuttavia ancorato al suo mondo nomade. Prima che il viaggio cominci, però, Simplon decide di riunire tutta la sua famiglia per raccontare ai figli la storia del porrajmos, la deportazione subita dal popolo rom durante l’invasione nazista, e lo fa attraverso la storia personale di Ofiter, suo padre, deportato in un campo di concentramento in Moldavia e attraverso tutte le altre storie che a questa si allacciano come sorte comune di un unico popolo. Decebal partirà, così come il consiglio degli anziani ha deciso, e nel suo lungo viaggio approderà a Roma, Casilino 900. Col suo carico di storia e tradizione, animato dai ricordi di Jonela e Sebastian che ci provarono prima di lui, Decebal cercherà di spezzare i cardini arrugginiti che tengono i nomadi vittime dell’isolamento e dell’indifferenza, per dare una nuova direzione al suo popolo verso l’apertura ai gagé, verso il rispetto, la condivisione e, in definitiva, alla vita…
Non è frequente doversi confrontare con lo smantellamento di stereotipi e schemi mentali che inconsciamente ci abitano. Spesso per ignoranza, ancora più spesso per sottovalutazione. Novecento rom è una storia che parte da lontano e che si radica sul terreno grande e tremendo della diversità vista per sottrazione. L’umanità che vi si muove rumorosa e variopinta è un popolo costantemente in fuga eppure fermo. Bloccato dalle proprie radici e dalla convinzione di essere “altro”: figli delle stelle e del vento, ricacciati indietro dalla storia. Ci troviamo davanti una scrittura complessa, alta e profonda che farcisce la narrazione e la consegna bella e carica di tutta la poeticità che avvolge la storia del popolo rom. Dispiega un grande panorama emotivo e sentimentale col sottofondo di un violino ora struggente, ora rapsodico che accompagna l’intera vita, dalla culla alla terra. La vita e la morte fanno parte della stessa identica sfumatura di cui varia solo un breve assolo o un arpeggio. Siamo messi davanti alla crudezza della Storia con i suoi paradigmi logici in un’epoca, quella che va dal secondo conflitto mondiale alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, in cui la caccia alle minoranze ha raggiunto il suo apice escatologico. L’accanimento da un lato ed una forma letargica di rassegnazione sono il filo spinato che chiude i rom dentro gli stretti confini della loro condizione. Quello che resta del tentativo di cercare uno spiraglio per aprire lo squarcio è un profondo senso di smarrimento, un elastico che spinge lontano i sogni per poi ricacciarli indietro con violenza. La narrazione di Pretto è frutto di numerosi appunti raccolti durante la sua permanenza in Romania, nel seno di una comunità di nomadi dalle cui storie ha tratto spunti preziosi per intessere un romanzo che è certamente la storia di un uomo e della sua famiglia, ma che è anche la storia di un popolo annichilito dall’indifferenza e dal disprezzo che si porta dietro un bagaglio pesante di pregiudizi. Una lettura dalla quale non si esce illesi: le parole sono biglie d’acciaio che lasciano lividi, sveglie che non smettono di suonare, un gioco da prendere sul serio.

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