Nulla è nero

Nulla è nero

17 settembre 1925. Frida e Alejandro, dopo una giornata di passeggio per le vie di Città del Messico, salgono sull’autobus del rientro a casa. Improvvisamente la ragazza si accorge di non avere con sé l’ombrello, si agita, lo cerca tra i sedili, tra i passeggeri, ma non lo trova. Lei è molto affezionata alle sue cose, sono prolungamenti di sé stessa e ha assolutamente bisogno di quell’ombrello. Costringe Alejandro ad alzarsi e a scendere dall’autobus alla ricerca dell’oggetto smarrito, senza la minima idea di dove possa essere. Alejandro spazientito, gliene promette uno nuovo e più bello. Frida si convince a salire sull’autobus successivo e a tornare a casa. Ma Frida non rientrerà alla sua amata Coyoacan che è casa sua, in quell’oasi di noia che diventa così bella quando si è lontani; perlomeno non tornerà per i prossimi lunghissimi mesi. Un brutto incidente, proprio sul tram “successivo”, all’angolo tra Cuahutemozin e Calzada de Tlaipan, la costringe immobile su un letto, relegata in un corpo sofferente. Uno stupido ombrello ha cambiato definitivamente il corso della sua vita: le sarebbe piaciuto fare medicina; ora questo non sarà più possibile... Messico 1928. Dopo una notte intensa e passionale, Frida sdraiata sul letto e con gli occhi fissi su di lui, racconta ogni minimo particolare del suo incidente, un racconto spaventoso, da risultare persino bello e dopo il quale l’amante, affascinato, le bacia il corpo martoriato. Lui è Diego Rivera, il più famoso pittore messicano che, nonostante il suo fisico elefantesco e possente, abbraccia con grazia la sua amata: “Io ti vedo, Frida” le dice semplicemente...

“Nulla è nero” è una citazione tratta dal diario di Frida Kahlo, scritta in un periodo alquanto triste e sconfortante. Ha poco più di quarant’anni ed è ricoverata in ospedale per l’ennesima volta. Oltre a languire per il dolore fisico, ha nostalgia di casa sua, e soffre profondamente per il rapporto conflittuale con il marito: la gente li chiama “l’elefante e la colomba”, la loro storia, vissuta nel parossismo, è un intreccio irrequieto, senza pastoie, plasmato da esuberanza passionale, tradimenti, e incomprensioni. Nonostante la sofferenza e la delusione, Frida Kahlo adora la vita e la “disegna” sempre a colori, abrogando il nero. Diego Rivera, dal canto suo, muralista d’eccezione, porta l’arte fuori dalle mura borghesi e celebra anch’egli il colore e la smoderatezza. Claire Berest coglie magnificamente, nel suo romanzo, la complessità dell’amore folle e travolgente tra Frida e Diego: due figure dall’indole libera e complicata. La narrazione si articola su tre capitoli, ognuno associato ad un colore: il blu rappresenta la tenerezza e racconta i primi anni di vita di Frida. Il rosso, la passione e il dolore, mentre il giallo, il disagio e la paura. La scrittura della giovane autrice è fatta di sfumature, movimenti sinuosi e contrasti intensi. A volte fantastica e ammaliante, altre volte reale e repulsiva, la penna della Berest ha qualcosa di travolgente, difficile da descrivere: si ha l’impressione di stare in una galleria d’arte, in cui sono esposti i quadri più belli di Frida Kahlo. Gli invitati sono un carosello dei più grandi artisti della storia: Pablo Picasso, Salvador Dalí, Marcel Duchamp, per citarne alcuni, mentre, fuori dalle enormi vetrate, il mondo politico scorre velocemente. Al centro di questa imponente sala, Claire Berest, con il suo sguardo attento, dipinge e racconta, a sua volta, le stesse opere, dando ogni tanto un’occhiata fuori. Dipinge esattamente ciò che vede, senza fronzoli, senza presunzione. Il suo quadro, il libro, è talmente bello da farne sentire la mancanza una volta che lei ha terminato e si porta via il cavalletto.



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