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Oggi faccio azzurro

Oggi faccio azzurro

Galla – che deve il proprio nome all’imperatrice romana Galla Placidia, quella del Mausoleo di Ravenna, per intenderci – va dalla dottoressa Anna Del Fante due volte alla settimana, ma non le racconta dei pomeriggi che trascorre cercando di capire quale sia l’ora migliore per buttarsi dal balcone di casa. Non le racconta che, mentre pensa che sarebbe meglio, forse, farlo al mattino presto, quando il portinaio è già alzato e può occuparsi di ripulire lo scempio del suo corpo spiaccicato sull’asfalto prima che i bambini escano per andare a scuola, la Voce la rimprovera e le consiglia di buttare lui, Doug, dal balcone. La Voce è comparsa nella vita di Galla il tredici agosto, nel cuore della sua prima estate senza il marito, Doug appunto. Durante la sua prima seduta presso la psicanalista Del Fante la dottoressa aveva cercato di rassicurarla, dicendole che, quando si vive un abbandono, subito ci si sente in colpa ed occorre tempo per elaborare il lutto ed arrivare, dopo aver superato il periodo della rabbia, al perdono. D’altra parte, la dottoressa sa perfettamente di cosa parla, dal momento che lei stessa ha perso il marito, investito da un’auto, da non più di un anno. La Voce non sopporta la psicanalista – ma forse si tratta unicamente di gelosia –, tuttavia Galla ha bisogno di incontrare quella donna, così come sente la necessità di recarsi in carcere, due volte alla settimana, per cantare in un coro di detenuti tossicodipendenti, insieme ad altre volontarie. Da quando Doug l’ha lasciata, si sente bene solo quando è lì dentro, dove non è più una donna abbandonata dal marito, ma unicamente un’artista del coro. I detenuti che frequentano il coro sono una quarantina, mentre le volontarie sono dieci: quattro studentesse, una veterinaria, due insegnanti, un’avvocata, un’infermiera e Galla, l’unica che non lavora. E questo alla Voce proprio non va giù. Le ripete senza sosta che anche lei, quando la sua potente storia d’amore con Kandinskij era finita, si sentiva depressa, ma l’arte continuava a scorrerle dentro con vigore. Non può abbandonarsi così, le dice, deve riprendere a fare qualcosa, deve pensare prima di tutto al proprio lavoro…

Una copertina bellissima, evocativa e assolutamente coerente con il contenuto del romanzo. Una donna rimasta solo e capace di rifugiarsi nelle uniche certezze della sua malinconica esistenza, rappresentate dalle sedute presso la psicanalista e dalle prove di canto con il coro del carcere. Un’adolescente incasinata che non riesce più ad andare a scuola e un quasi quarantenne seduttore seriale incapace di continuare a svolgere il proprio lavoro a causa di violenti attacchi di panico. Una strana Voce, imponente, invadente e scanzonata, che – delicata e rude, prepotente ed empatica allo stesso tempo – racconta di arte, dolore, abbandono, egoismo e amore. Il nuovo romanzo di Daria Bignardi – un libro denso fatto di brevi capitoli, molte voci, musica e tanto colore – è una storia intensa che racconta, con profondità e leggerezza, il rapporto di ciascuno di noi con il dolore ed è, allo stesso tempo, una dichiarazione d’amore alla vita e ai suoi intensi colori, primo tra tutti quell’azzurro indicato nel titolo, che altro non è che la traduzione di un modo di dire tedesco che significa “oggi non lavoro” e risale al Medioevo, quando gli artigiani, impegnati con la propria occupazione in luoghi chiusi, riuscivano a vedere l’azzurro del cielo solo nell’unica giornata in cui era loro concesso di prendersi una pausa dal lavoro. Una metafora piena di luce e colore, quindi, per raccontare il dolore dell’abbandono e la fragilità dell’esistenza, per raccontare vite sospese in un tempo sospeso, per raccontare la propria debolezza che si intreccia con la sofferenza degli altri e diventa forza. C’è tanta arte e tanto colore in questo libro, quindi, ma c’è anche altro. C’è la grande capacità della Bignardi di entrare nella psicologia dei personaggi della storia cambiando ogni volta registro. C’è la consapevolezza che la libertà può essere declinata in mille modi diversi: la libertà di espressione degli artisti; la libertà preclusa ai detenuti e sostituita, per esempio, dall’amicizia; la libertà di voltare pagina e riconnettersi con l’azzurro del cielo. Ci sono passione, sensibilità e capacità di esprimere le proprie emozioni in maniera audace e senza filtri. C’è condivisione e voglia di raccontare paure universali con poche parole e, manco a dirlo, tanto colore. E c’è, soprattutto, il desiderio di affrontare con leggerezza anche i dolori più intensi e profondi.