Ognuno è carnefice

Ognuno è carnefice

Manca poco a mezzogiorno e davanti all’hotel Andel’s la statua di James Tuwim, uno dei maggiori poeti polacchi del Novecento, sembra avvolta da un’aureola di fuoco. Boguś Rakowiecki, ubriaco senzatetto, si strofina gli occhi, ma non esce dalla tana che ha eretto a suo giaciglio. Si raggomitola su se stesso, mentre osserva le fiamme vorticanti. A un tratto gli pare di sentire odore di benzina e uno sfrigolio; sbircia nuovamente fuori ma tutto pare tornato alla normalità. La puzza di bruciato, però, aumenta. Prima di rendersi conto di essere lui la persona che sta andando arrosto, gli arriva un getto di schiuma compressa da un estintore e, subito dopo, qualcuno lo copre e comincia a dargli dei colpi. Boguś rimane senza fiato, poi comincia a tossire e si rende conto che gli hanno appena salvato la vita. Nota che gli stanno ancora bruciando i pantaloni fino alle ginocchia e li spegne con le mani nude. Nel frattempo, una gran folla di spettatori si raduna intorno a lui e alla postazione dei ballerini che, fino a poco prima, hanno animato la zona. Si avvicina anche Romek, la guardia giurata dell’hotel, che conosce bene il barbone e sicuramente tra poco comincerà con la solita tiritera contro di lui. Ma Boguś non presta attenzione, occupato com’è a fare la conta delle perdite subite: la giacca imbottita si è bruciacchiata e puzza; i pantaloni sono bagnati e laceri; un calzettino si è fuso. Più tardi le gambe ustionate sono molto gonfie ma Boguś è troppo impegnato a raccattare una bottiglia vuota tra i rifiuti, per farla poi riempire di alcool a buon prezzo in un noto locale poco distante, per preoccuparsene. Poco prima di raggiungere il locale, però, due adolescenti ben piazzati gli tagliano la strada. Boguś li conosce di vista. Sono due ladruncoli tossici che stanno sempre insieme, neanche fossero gemelli siamesi, e si fanno chiamare Neve e Ghiaccio. Guai in vista, pensa Boguś...

È la città di Łódź la vera protagonista del terzo romanzo della trilogia dedicata alla profiler Sasza Załuska, personaggio frutto della fantasia della scrittrice polacca, molto letta e molto nota in patria, Katarzyna Bonda. Dopo Non esistono buone intenzioni e Nessuna morte è perfetta, nel terzo capitolo c’è, come in ogni thriller che si rispetti, un delinquente - un piromane, per la precisione - da catturare e, per scoprirne l’identità, la profiler si muove in una città corrotta che nasconde mille segreti e luoghi oscuri, un caleidoscopio di anime perdute e ricche di contraddizioni e brutture. Łódź è una città scomoda, in cui si respira il freddo delle case che non hanno riscaldamento, in cui si cammina tra strade in rovina e odori speziati e forti che escono dalle abitazioni in cui si ha la fortuna di avere ancora qualcosa da mettere sotto i denti. È una città la cui periferia è abitata dagli ultimi, dai dimenticati, che vivono senza legge alcuna tra pregiudizi, razzismo ed omofobia. Accanto al piromane da catturare, la Bonda riempie le pagine del romanzo di sottotrame e di figure altrettanto interessanti, ciascuna di esse con una storia da raccontare. Sono truffatori e poliziotti, figli di nessuno e anziani, spacciatori e falsari, insegnanti e avvocati. Le vite di tutti i personaggi di mescolano e si intrecciano fino a quando Sasza Załuska, con la solita tenacia che la contraddistingue, riesce a trovare la quadratura del cerchio e a sbrogliare l’intricata matassa, dimostrando che in realtà nessuno è mai completamente buono o cattivo, ma che ciascuno può essere al contempo vittima e carnefice. Unica nota stonata in una storia altrimenti molto interessante e appassionante è il finale, che sembra un po’ frettoloso, come se fosse sfuggito di mano all’autrice, e lascia molti interrogativi irrisolti oltre ad aprire scenari nuovi e inquietanti sulla vita di Sasza. Che sia in realtà un escamotage della Bonda, che prepara il questo modo il terreno per una nuova avventura della profiler? Speriamo sia così.



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