Salta al contenuto principale

Oriente e Occidente

Oriente e Occidente

Quando la crisi sanitaria legata alla virulenta e mortale diffusione del COVID-19 ha invaso e sconvolto tutta la Cina, il presidente Xi Jinping ha messo in atto l’unica difesa possibile: ha richiamato all’ordine ed alla disciplina il suo popolo e, attraverso una serie di pressanti restrizioni accettate dai cinesi, è riuscito a debellare il male. Ha poi fatto di più, perché ha trasformato questa vittoria in uno spot propagandistico, facendo della Cina un modello etico e politico da perseguire e assicurando che il suo Paese, la sua tecnologia, la sua scienza, si sarebbero subito offerti di dare aiuto e solidarietà a quegli altri Paesi che, lontani dai costumi dell’estremo Oriente, da soli non sarebbero riusciti a superare l’enorme sfida selettiva chiamata “pandemia”. Si tratta dell’opportunità di un nuovo inizio. Perché una calamità naturale come quella del coronavirus è, nella cultura comune dei popoli occidentali e di quelli orientali, un momento per fare piazza pulita e ricominciare d’accapo: c’è stata la peste di Atene raccontata da Tucidide, ci sono i segni devastanti del vaiolo raccontati dal medico cinese Ge Hong. E anche la rotta transcontinentale del COVID-19 non è una novità culturale se si pensa all’epidemia Antonina, raccontata da Luciano di Samosata e dall’imperatore Marco Aurelio, che colpisce l’impero romano nel 165 d.C. ma che ha la sua origine nella Cina della dinastia Han. Sono momenti in cui si pensa a ripulirsi e ripartire, sono momenti in cui i due mondi così distanti, dell’Occidente e dell’Oriente, tentano di ricomporsi...

L’analisi di Federico Rampini è intrigante e nasce da una ricerca lunghissima dello scrittore - giornalista di primo piano inviato per diverse testate nazionali fra Europa, America e Cina - sul campo: è una raccolta di tantissimi appunti che sono stati messi in ordine, sistematizzati e presentati a completamento di altri scritti su temi analoghi (ad esempio in L’impero della Cindia, Mondadori 2006, oppure La seconda guerra fredda. Scontro per il nuovo dominio globale, Mondadori 2019). Tuttavia, forse per il taglio estremamente divulgativo, è a tratti semplicistica e banalizzante: racchiudere la Cina nell’etichetta di depositaria di un modello di vita sociale “collettiva” e “spirituale” significa applicare categorie superate dall’evoluzione che ha profondamente trasformato la Cina da Mao ad oggi. Di fatto a Cina non è, e forse non è mai stato, un Paese collettivo e spirituale, se non come può esserlo stato la Atene di Platone ed Eschilo (da cui parte l’analisi di Rampini): la Cina è un colosso capitalistico che fa leva sul controllo e lo sfruttamento delle masse, che la pandemia ha permesso di rafforzare attraverso l’imposizione e l’attuazione di misure, fisiche e psicologiche, più invasive. Lo stesso dicasi per l’Occidente che non può essere astrattamente etichettato come individualista. Fatte queste distinzioni, che però costituiscono una premessa a tutta l’analisi susseguente, il libro è prezioso spunto di riflessione, benché Rampini si rilevi più adeguato a minuziosi resoconti politici, che a studi di tipo filosofico-sociologico.