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Orti di guerra

La sepoltura di un cucciolo schiacciato da un’automobile, i riferimenti al cannibalismo nel testo della canzoncina “C’era una volta un piccolo naviglio”, i passatempi necrofili di un becchino dell’obitorio di Mosca, tre egiziani che per sfamarsi mangiano i pesci rossi di una fontana, una comitiva mondana e vacua impegnata in una passeggiata notturna verso una chiesa barocca in una piazzetta nascosta, il funerale del padre ricordato da una macchia di polline sulla manica della giacca, un reading di poesia nell’East Village, Sant’Agostino sognato sulla strada di Pavia con le sue ossa in un sacco, un samurai perseguitato dal fantasma di un gatto che ha ucciso, la barzelletta delle membra umane che fanno il processo al culo, la Liberazione di Roma vista attraverso gli occhi di un venditore di fusaje, le contraddizioni della vita di Giovanbattista Vico...

Come gli orti di guerra di mussoliniana memoria erano piccoli appezzamenti ‘ritagliati’ nel tessuto urbano, strappati al cemento per ricavarne altrettanto piccole quantità di cibo, così i brani del libro di Albinati - più flusso di pensieri che diario, più almanacco che galleria di immagini simboliche o raccolta di haiku - sono spazi esigui nei quali far germogliare riflessioni sulla cronaca, sulla cultura (pop e non pop), sulla politica, sulla storia. Ma anche per raccontare storielle quasi zen, citare testi di canzoni e trame di film o per fare serenate - magari un po’ amare - alla propria città, evocare ricordi d’infanzia o non d’infanzia, imbarazzanti o non imbarazzanti. Il volume - composto tra il 1993 e il 1996 – era già stato edito per Fazi negli anni ’90 e per Fandango nel 2007 con allegato un cd nel quale 14 orti di guerra venivano declamati con misura dall’autore su musiche di Fabrizio de Rossi Re, ma ora viene riproposto con una veste grafica che ricorda La scuola cattolica, Premio Strega 2016. Ombre di jazz e swing, echi cantautorali (soprattutto negli arrangiamenti dei fiati), svisate avanguardistiche, suggestioni rumoristiche, dissonanze e pizzicati accompagnano con passione ed efficacia le parole di Albinati, sottolineando ancor più drammaticamente che Orti di guerra è più poesia che pamphlet.

LEGGI L'INTERVISTA A EDOARDO ALBINATI