Parigi 1919 - La conferenza di pace

La Conferenza di Pace di Parigi aprì ufficialmente i battenti il 18 gennaio 1919 nella sede del Ministero degli Esteri francese, al Quai d’Orsay. Vi presero parte le delegazioni accreditate di ventisette Paesi membri dell’Intesa, più cinque dominions britannici. ‘‘Nessuna conferenza precedente, nemmeno il Congresso di Vienna di un secolo prima con cui era naturale il cconfronto, aveva sperimentato una composizione tanto mondiale: dalla Cina a Cuba, dal Canada alla Liberia, dal Nicaragua al Siam, fino ai protagonisti Stati Uniti e Giappone’’, osserva Giovanni Bernardini, Marie-Sklodowska-Curie Fellow presso lo European University Institute di Firenze dopo essere stato ricercatore all’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento e docente delle Università di Bologna, Padova e Trento. Nonostante uno svolgimento dei lavori piuttosto caotico, tanto che è ancora oggi un’impresa riuscire a ricostruirne puntualmente un’ordinata successione, vennero istituite nell’ambito della Conferenza due importanti commissioni, la prima per la legislazione internazionale sul lavoro, la seconda per la creazione della Società delle Nazioni, che lo statunitense Wilson considerava come ‘‘la parte più essenziale della conferenza’’, in quanto avrebbe dovuto avere il compito di ‘‘preservare la pace perpetua’’. Quanto alla responsabilità dell’Impero Austro-Ungarico nella nascita di una guerra tanto sanguinosa, le esorbitanti riparazioni richieste a quest’ultimo suonarono più come un modo per soddisfare l’opinione pubblica nei Paesi vincitori, piuttosto che come una razionale scelta verso un futuro che si affermava volere di pace diffusa. Tanto che l’economista John Maynard Keynes, membro della delegazione britannica, inizialmente affascinato dalle potenzialità che la Conferenza avrebbe potuto esprimere e concretare, rassegnò le dimissioni prima della firma del Trattato di Versailles. Keynes riteneva infatti che la pace duratura dovesse anteporre una ripresa economica internazionale e non certo far leva sugli egoismi nazionali, gli stessi che avevano dato origine al conflitto…

Il saggio percorre in tre densi paragrafi (Dall’armistizio a Parigi, I nodi della Conferenza, I trattati e il futuro) l’andamento e le caratteristiche – complesse - della Conferenza, dalla sua genesi fino alla conclusione e ai trattati ai quali essa diede vita. Molti considerarono la Conferenza di Parigi come un’occasione mancata, ma un assunto di questo tipo si basava sulla convinzione poco realistica, se non utopica, che la guerra appena conclusa avesse potuto eliminare tutto un passato di convinzioni, progetti, egoismi, speranze per ricostruire, sopra una tabula rasa, il mondo nuovo. Questo saggio, che ha l’obiettivo di inquadrare la Conferenza all’interno della fase storica in cui nacque e si svolse, chiarisce lucidamente come sia limitante considerare unicamente il successo o il fallimento di un incontro complesso che si svolse dopo una guerra devastante e dolorosissima in un continente tutt’altro che pacificato. La trattazione tiene ad evidenziare quello che ‘‘la Conferenza di pace del 1919 non fu’’. Invita inoltre a non assomigliare, con evidente anacronismo, gli anni dell’immediato dopoguerra del primo conflitto mondiale a quelli del secondo dopoguerra. Non trascura, infine, di considerare quanto i risultati della Conferenza abbiano influenzato gli eventi successivi. Il lavoro è corredato da un’ampia bibliografia internazionale utile sia a comprendere il pensiero dell’autore, sia ad approfondire eventuali aspetti di interesse del lettore.

 

 


 

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