Perché l’Italia diventò fascista

Perché l’Italia diventò fascista

Le conseguenze della Prima Guerra Mondiale furono per l’Italia pressoché catastrofiche: la vittoria del conflitto passò in breve tempo – il riferimento è alla Conferenza di pace di Parigi del ’19 – dall’essere motivo di orgoglio all’essere “mutilata”, dando il la alle celebratissime imprese dannunziane e a fenomeni quali revanscismo e Irredentismo. Queste correnti divisero anche e soprattutto la politica nostrana la quale, attraverso le figure di Giolitti, Bonomi e del Ministro degli Esteri Sforza, si rivelò rinunciataria, generando un malcontento piuttosto diffuso tra tutte le classi sociali. Ad alimentare questo vento avverso nei confronti dei governi contribuirono inoltre diversi fattori, come la triplicazione del debito pubblico, l’imposta sui profitti bellici, l’abolizione del prezzo politico del pane e, soprattutto, il trattamento “ingrato” riservato ai reduci di guerra. Di conseguenza, questi ultimi – tra i quali si annoveravano anche ebrei, socialisti e rappresentanti di sinistra – confluirono nei Fasci italiani di combattimento, fondati il 23 marzo 1919 dall’allora giornalista Benito Mussolini, allo scopo di fermare l’avanzata bolscevica in Italia sia politicamente che fisicamente – leggi: squadrismo. Due anni dopo, il 9 novembre 1921, i Fasci vennero assorbiti dal Partito Nazionale Fascista, il quale virò decisamente verso destra, abbandonando così i suoi aspetti più socialisteggianti e repubblicani. La virata a destra, il vuoto di potere e di personalità in grado di far svoltare l’Italia si tradussero un anno più tardi – 28 ottobre 1922 – in quella che è passata alla storia come la Marcia su Roma, con la quale i fascisti – Mussolini fu indeciso fino all’ultimo – presero il potere, perché il re Vittorio Emanuele III incaricò il loro leader e fondatore di formare il nuovo governo. Questo operò nella legalità, ineccepibilmente, sino al 10 giugno 1924, ovvero all’omicidio Matteotti. I risvolti di questo delitto – al quale molti storici affermano Mussolini fosse estraneo – sono ormai noti: la Secessione Aventiniana, il discorso del 3 gennaio 1925 – ovvero l’assunzione di ogni responsabilità da parte del Duce – e il conseguente avvio della dittatura fascista…

Il 2019 è stato il centenario della fondazione del fascismo, e in Italia se n’è parlato molto, soprattutto attraverso parallelismi con la politica attuale – leggi: Salvini, CasaPound, Forza Nuova. Molto (e male), ad esempio, è stato scritto riguardo la professoressa di Palermo sospesa per aver accostato le leggi razziali del 1938 al Decreto sicurezza emanato dall’ex Ministro degli Interni Matteo Salvini, e, in maniera più generale, i quotidiani mainstream hanno perseguito questa volontà di paragonare il Ventennio all’epoca contemporanea. Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) si (pre)occupa di ricostruire passo dopo passo l’ascesa di Mussolini e di spiegare, appunto, perché è insensato fare paragoni tra il 1919 e il 2019. Lo scritto di Vespa – presentazioni non necessarie – si divide dunque in due parti: la prima, basata interamente sugli scritti di Montanelli, Gentile, Turati, Kuliscioff, Gramsci e altri autori eminenti, ha come centro d’interesse l’ascesa del Duce, dei Fasci e della dittatura, e ne cerca di mettere a nudo ogni aspetto controverso, ambiguo e poco risaputo. La seconda parte si basa da un lato sulla tesi di Eco – ne Il fascismo eterno – secondo la quale il fascismo, o meglio l’Ur-Fascismo, ha caratteristiche atemporali che tendono a ripetersi costantemente, dall’altro sul saggio di Emilio Gentile, Chi è fascista, nel quale lo storico accerta sostanzialmente la fine del fascismo. Vespa prende chiaramente le parti di quest’ultimo, eppure non si cura di approfondire molto la sua scelta, liquidandola come ovvia, banale e sulla quale non è necessario perdere tempo ulteriore. Dal nono al dodicesimo e ultimo capitolo infatti, Vespa si orienta il saggio in tutt’altra direzione, occupandosi piuttosto di cogliere gli umori dei protagonisti della politica odierna e i meccanismi che tra agosto e settembre 2019 hanno portato la formazione del governo “giallorosso”. Nessuna domanda sulla storia del fascismo né su un suo possibile ritorno è rivolta agli intervistati, bensì interrogativi volti a compiacere il loro ego. Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) è dunque un saggio incompiuto, ma comunque interessante: ad una prima parte certosina e ricca di fonti, segue una seconda inconcludente, affrettata, che giunge persino forse a minare la bontà delle pagine precedenti.



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