Peredonov, il demone meschino

Peredonov, il demone meschino
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Russia, fine Ottocento. Ardal’on Borisyč Peredonov è un uomo gretto, avido, cattivo, meschino: eppure tutte le donne lo vogliono sposare, perché è un buon partito, è insegnante di ginnasio. Peredonov è vagamente infatuato di Marta, una ragazzetta che serve a casa di una sua conoscente: ma ci si potrà fidare? Rutilov prova a dargli in sposa una delle sue tre sorelle: la più giovane rischia di dissipare tutti i suoi averi, le altre sono civettuole oppure disinteressate. Ma più di tutte desidera accasarsi con lui la cugina Varvàra Dmìtrievna Malòšina: anche se non gli piace, Peredonov sa che nessuna può dargli quella familiarità, quella sicurezza e soprattutto quella promozione di carriera, da semplice insegnante ad ispettore, che Varvàra sta cercando di fargli ottenere intercedendo presso la principessa Volčànskaja di San Pietroburgo. Ma la promozione avverrà soltanto se Peredonov sposerà Varvàra perché la principessa intercede per un marito, non per un semplice fidanzato o convivente. Peredonov vive però tutte queste storie, o presunte tali, con un senso crescente di sconforto e paranoia: tutti sembrano cospirare contro di lui, nessuno sembra dire la verità. E poi quell’abitudine di prenderlo in giro, di ridere di lui. Non può sopportare tutti quegli affronti, quelle ipocrisie. Gli danno sicurezza le caramelle nella tasca, quelle caramelle che con pochi slanci di generosità dispensa a chi incontra, in momenti di buon umore. Finché un giorno, infilando la mano nella tasca, non trova neanche la carta. Cosa sarà di lui adesso?

Il romanzo di Fëdor Sologub, scritto fra il 1892 ed il 1902, ma comparso soltanto nel 1905, è probabilmente uno dei migliori prodotti della letteratura russa dell’inizio del ‘900: ironico, profondo, dissacrante, ma allo stesso tempo capace di frugando a fondo senza tregua e senza nessun compromesso. Tutto incentrato intorno alla figura del meschino Peredonov, il testo indaga i suoi demoni scavando fra i mille pensieri stridenti di un animo precario ed incerto, a tal punto da diventare paranoico ed impazzire. Il romanzo racchiude le aspirazioni e le manie, le ossessioni, le paure di un animo umano solo nella società contemporanea che solo in se stesso, ed è qui il limite umano, è questo il demone che corrode la felicità, l’appagamento ad una vita incompiuta. Peredonov non si fida di nessuno, a volte neanche di se stesso, quel se stesso che ama più di qualunque altra persona, ma quel se stesso che lo tiene in scacco con la sua ossessione di realizzarsi. Sicuramente influisce sullo spirito del romanzo il clima crudele e sospettoso della Russia zarista di fine ottocento: per garantirsi la promozione si libera di tutti i libri compromettenti, evita qualunque condivisione con chi ha intorno. Si isola con grande sacrificio, senza nessun tipo di compromesso. È un libro potente, forte, per certi versi profetico della situazione russa e dell’uomo moderno, secondo per capacità introspettiva soltanto ai grandi romanzi di un altro Fëdor, Dostoevskij: come in Delitto e castigo anche qui Peredonov nel viaggio all’interno della sua anima si spinge al limite, si spinge oltre ogni tipo di soluzione razionale e si rifugia in un’azione estrema. Ma Sologub riesce a portare fino in fondo la capacità introspettiva della scrittura con una leggerezza che è del tutto assente nell’altro Fëdor, rendendo quel labirinto una passeggiata etica ed irridente. Mi stupisce soltanto che non abbia avuto la stessa fortuna di Dostoevskij, a cui non ha molto da invidiare.



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