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Persone perbene

Jean  Jardin, Pascal Jardin, Alexandre Jardin: un nonno, un padre, un figlio. Stesso talento esistenziale, medesima capacità affabulatoria. Jean la esprime in politica, nel '42 è il direttore di gabinetto  del capo del governo Pierre Laval, il più collaborazionista degli uomini di stato francesi, oscuro protagonista del governo di Vichy, che ha visto l'ascesa del maresciallo filonazista Petain. Padre e figlio, più modestamente, riversano  l'estro  di cotanta razza nell'invenzione letteraria, sono due romanzieri di fama. Ma è difficile prendere le distanze dall'ambiguo passato del nonno, l'ombra del nazismo si allunga sulla sua figura, di sicuro connivente rispetto alle iniziative antisemite del governo Petain. Il 16 luglio del '42 ha luogo il rastrellamento di 128884 ebrei, arrestati e condotti nel Velodrome d'Hiver, nel quale vengono stipati come bestie in un convoglio, e poi deportati verso i campi di concentramento: l'epilogo  è tristemente noto. Jean, detto il nano giallo, ne è a conoscenza, forse ignora i dettagli, ma sa quanto è necessario. Eppure è un uomo perbene; Alexandre si domanda come una persona di  sana e robusta ossatura morale possa scendere a patti con la propria coscienza accettando lo sterminio. Il dubbio lo infiamma logorandolo fin dall’adolescenza. Alexandre inizia ad intuire la verità, a dispetto della glorificazione familiare delle gesta del nano. Suo padre vi ha costruito intorno una scintillante biografia che immortala il talento suadente di Jean, la perspicacia politica, l'esuberanza maschia e culturale di un uomo baciato da un carisma fuori dall'ordinario. Il nano indossa  guanti di velluto, sporchi di sangue, incluso quello innocente di 4000 bambini, che grida ancora vendetta…
A quarant’anni anni suonati Alexandre ha  fagocitato decine di documenti storici, è il momento di vuotare il sacco sul segreto di famiglia, un'onta che lo fa sentire perennemente in torto col genere umano, in bilico tra il desiderio di volgere lo sguardo letterario altrove, e il bisogno intimo di cacciare quell'urlo di rabbia e disgusto che gli monta in gola dal periodo pubere. È pronto a scavare nella psiche   del nano; interroga i suoi amici, la sua segretaria, chiunque lo abbia conosciuto; vuole capire quali dinamiche  intellettuali e psicologiche  possano averlo indotto all'accettazione dello sterminio. Il romanzo è di scrittura raffinata, colta; rivelatrice, a tratti, dell'indole brillante del suo autore, che non manca di sottolineare il suo disgusto per le vicende familiari con qualche venatura ironica qua e là. L'odio per il nonno trasuda in ogni pagina del tomo, fino a contagiare il lettore stremandolo con ripetizioni a iosa. Ma gli si perdona la pedanteria dello sfogo, attribuendo  alla narrazione la valenza prevalente di una lunga seduta psicoanalitica nella quale vomitare un livore covato per anni. Il romanzo ha il pregio di rappresentare, attraverso il ritratto  del nano giallo, una dimensione psicologica  collettiva inquinata e delirante, propria di certa classe borghese dell’epoca, che fiancheggiava, anche solo culturalmente, il governo filonazista di Vichy. Vivamente consigliato a chi frequenta la storia, a chi  ha intenzione di  frequentarla, ma  soprattutto, a chi vorrebbe affrancarsi dalla propria.