Più scuola, per tutte e tutti

Più scuola, per tutte e tutti

Negli anni Sessanta del Novecento la scuola pubblica fu oggetto di grandi spinte riformatrici di ispirazione democratica che condussero alla creazione della scuola media unica, dedicata all’innalzamento e all’ampliamento della cultura di base per tutti ‘‘a prescindere dalle origini territoriali – città o campagna – o sociali. E, nel medesimo tempo, a evitare che da bambini, a dieci anni, i destini e le prospettive fossero irrimediabilmente segnati: chi va a fare il garzone o l’apprendista, chi fa un corso per imparare un mestiere, chi continua ad andare a scuola’’, ricordano le autrici. Seguì il ‘‘terremoto del Sessantotto’’, che diede una spinta all’associazionismo, al sindacalismo, a favore dell’ascensore sociale, grazie al quale anche figli delle classi più umili, raggiunsero livelli di istruzione alti o medio-alti. Negli anni Settanta la formazione scolastica perseguì i medesimi obiettivi, seguendo la diffusa convinzione che occorressero più diplomati e più laureati, sia per fronteggiare una prevista fase di forte sviluppo tecnologico, sia per una crescita anche culturale e civile a tutto tondo del Paese. Tuttavia, già dagli anni Ottanta si avvertì l’inizio di un processo involutivo che sarebbe poi proseguito fino ai giorni nostri, sottraendo enormi risorse economiche alla scuola, come accadde, ad esempio, nel 2008 con la riforma Gelmini. E come successe sette anni dopo con la “buona scuola” di Renzi, che introdusse la figura del preside manager, un plenipotenziario al quale, e non allo Stato e agli obiettivi generali della scuola pubblica, i docenti devono rispondere. La disamina prosegue attraverso la descrizione dell’operato dei ministri dell’istruzione successivi, da Gentiloni a Giannini, da Fedeli a Bussetti…

Le autrici di questo documentato saggio sono state entrambe insegnanti ed entrambe sono politicamente impegnate. La Acciarini, prima docente e poi preside, è stata parlamentare e sottosegretaria nel secondo Governo Prodi per i Democratici di Sinistra (DS), mentre oggi milita in Sinistra Italiana. La Sasso, insegnante, è stata componente del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e della Commissione Cultura della Camera. È naturale quindi che nel saggio manifestino tutta la loro passione per l’argomento scuola pubblica insieme a tutta la loro competenza, offrendo al lettore un’argomentazione fondata su un’ampia documentazione, anche statistica. Basandosi su quest’ultima riportano, tra gli altri, un dato significativo e allarmante: ‘‘Nel 2017 solo il 20% degli uomini e il 34% delle donne (in Italia) aveva raggiunto una laurea, un numero assai inferiore alla media dei Paesi dell’area Ocse che era del 38% per gli uomini e del 50% per le donne’’. Aggiungono che nel Rapporto ISTAT sulla conoscenza 2018, si nota che il basso livello generale di istruzione e competenze della popolazione italiana comprende perfino la categoria degli imprenditori. Il libro si conclude con dieci conclusioni provvisorie, che pongono domande (A che deve servire la scuola? Dobbiamo rassegnarci a pensare che la scuola sia un lugo da attraversare sbrigativamente? Come può andare avanti un Paese, dove il tasso di disoccupazione è più alto tra i laureati rispetto a diplomati e a lavoratori con basse qualifiche, esattamente il contrario di quanto avviene nel resto d’Europa?) e che poi sfociano nella certezza finale: ‘‘L’istruzione non è un costo, ma un investimento di tutto il Paese su se stesso, la leva più importante per tornare a crescere. Oggi c’ è bisogno di più scuola, di più sapere per tutte e tutti. Per navigare e non naufragare in solitudine nel mare di informazioni a cui ognuna e ognuno può accedere’’.



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