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The piper at the gates of dawn - Pink Floyd

The piper at the gates of dawn - Pink Floyd
Dall’appartamento al 101 di Cromwell road - sommerso di immagini pornografiche, dipinti lisergici, sperimentazioni artistiche sotto effetto di allucinogeni e corpi di ragazzi accasciati sul pavimento - un quartetto niente male si fa strada verso il palco dell’UFO, dando vita a serate di musica sperimentale contraddistinte da canzoni potenzialmente infinite arricchite con improvvisazioni e fraseggi tipici del jazz, ma libere da ogni schema metrico. Aggiungeteci che a capo di quest’accozzaglia di sbandati c’era un certo Syd Barrett e, capite anche voi, che il passo verso gli studi della Emi in Abbey road - da cui erano appena usciti i Beatles con il loro Sergeant Pepper’s - non è nient’altro che la normale conseguenza del successo riscosso dai Pink Floyd durante i loro spettacoli. Era il 1967 e canzoni come Interstellar Overdrive segnavano la via di quello che presto sarebbe diventato il progressive rock, mentre le note di See Emily play e Bike conquistavano con la loro semplicità i favori di una larga fetta di pubblico. Erano tutti pronti a scommettere su Syd, androgino introverso capace di regalare magia attraverso la sua musica, ma quanti avrebbero saputo predirre la brevità della sua carriera e la svolta che il gruppo avrebbe avuto senza di lui?
Con precisione chirurgica John Cavanagh ripercorre solco dopo solco le tappe che hanno portato alla realizzazione dell’album di debutto dei Pink Floyd: sono bastate undici tracce su quei due lati nerastri di vinile per cambiare per sempre la storia della musica moderna. Ma come è accaduto questo “miracolo”? Quali sono le persone che hanno assecondato e accompagnato la band nella scalata verso il successo? Come reagirono i componenti del gruppo di fronte alla fama? Come nacquero in studio le sperimentazioni sonore che caratterizzarono le tracce di The piper at the gates of dawn? Quale destino ineluttabile attende il frontman della band Syd, e perché? Cosa accadrà con l’ingresso di Gilmour nel gruppo? L’autore risponde a queste e molte altre domande con una delicatezza raffinata da stimatore, segno caratteristico di chi è stato innanzitutto ammiratore del gruppo e, solo in secondo luogo, giornalista che si è ritrovato a scrivere dei miti della sua infanzia.