Pizzica amara

Pizzica amara

Come tutti i venerdì, Lucia Casolaro vedova Conte, sessantasei anni e una vita solitaria, si prepara a portare dei garofani sulla tomba del suo unico figlio Tommaso, morto a ventisei anni, quando la presenza di un moscone che continua a sbattere sul vetro della finestra la convince che stia per capitare qualche sventura, ma lei pensa che ormai non possa che riguardare la sua pressione. Quando arriva vicino alla cappella di famiglia, scorrendo il rosario tra le mani e le preghiere sulla bocca come una litania, la donna si accorge che qualcosa non va. All’interno della cappella, la fotografia del figlio sorridente la guarda dal pavimento dove è caduta e lei sviene e cade nella bara aperta e vuota. Tre anni prima, il giovane, un po’ spaccone e pochi amici, era stato ritrovato accanto al tronco di un ulivo in un podere lungo la provinciale, con la testa e il petto sfondati. Il caso era stato archiviato come un incidente stradale, la moto si era evidentemente schiantata contro un muretto a secco e il ragazzo, trovato positivo alla cocaina, era stato sbalzato nel fondo. Chi ha profanato la sua tomba e rubato il cadavere? Certamente non esiste l’eventualità che venga chiesto un riscatto, considerata la povertà di sua madre. “Chi si può rubare un morto? Manco il più miserabile dei miserabili”, dice il custode del cimitero di Montesano Salentino al brigadiere che invece riflette tra sé su quanto ha imparato a sue spese in anni di esperienza, che “più si scava alle radici del male, più diventa difficile distinguere le guardie dai ladri, il bene dal male”. Senza sviluppi significativi, nel giro di una settimana l’inquietante episodio perde i titoli di prima pagina sui giornali locali. Comando provinciale dei carabinieri a Lecce. Tre anni prima il brigadiere Francesca – Chicca – Lopez, venticinque anni salentina bella e risoluta, era arrivata – guardata un po’ di traverso dai colleghi tutti maschi – decisa a condurre indagini personali riguardo loschi traffici di rifiuti tossici sversati nel territorio che avevano provocato la malattia e poi la morte di sua cugina Caterina, uno dei pochi affetti nella sua infanzia sfortunata passata in un istituto. Quella indagine, nonostante avesse toccato qualche interesse di troppo, le aveva meritato un avanzamento di carriera. Così adesso la pratica del corpo trafugato di Tommaso Conte è arrivata sulla scrivania del maresciallo Chicca Lopez; lei sta giusto riflettendo sulle modalità piuttosto frettolose delle indagini di tre anni prima riguardo il presunto incidente del ragazzo, quando il capitano Biondi la chiama per andare in una località balneare a dieci chilometri da Lecce, dove un vecchio pescatore ha avvistato il corpo di una ragazza che galleggia vicino alla riva. Poco più di vent’anni, biondissima, occhi grigi sbarrati, un segno rosso scuro sul collo diafano. Dall’esame autoptico emerge che la ragazza era incinta di sei mesi e il dettaglio di un piccolo tatuaggio, con un simbolo all’interno di un cerchio, malamente abraso sulla spalla sinistra. Dopo quasi un mese è ancora una giovane di quasi diciott’anni, Federica Greco, che viene ritrovata impiccata ad un albero, in una situazione che pare non avere nulla di casuale. La ragazza ha lo stesso tatuaggio della “sirena bianca” ritrovata sulla spiaggia, ma non è affatto una sconosciuta di origine slava, appartiene invece ad una delle famiglie più in vista della città e suo nonno è un senatore della Repubblica. Ben presto Chicca Lopez intuisce che le morti di questi (e altri) giovani sono legate tra loro, ma certo non immagina dove le indagini la condurranno, nel profondo più oscuro di una terra misteriosa nel quale si nascondono pericolosi giochi di potere, vizi perversi ed enormi giri di soldi. Come riuscirà la ragazza, già messa duramente alla prova da complicati problemi personali, a risalire oltre l’abisso perverso di questa oscurità protetta da una fitta cortina di omertà e paura che minaccia di travolgerla?

“Sentivo il bisogno di distaccarmi per qualche tempo dal commissario Lolita, desideravo sperimentare nuovi linguaggi, nuove storie, nuovi territori. Chicca e Lolita sono agli antipodi per tutto, eppure se si incontrassero diventerebbero amiche”. Così Gabriella Genisi, pugliese classe 1965, creatrice del personaggio di Lolita Bosco protagonista di sette romanzi definita “il poliziotto più sexy del Mediterraneo”, ha raccontato il motivo che l’ha spinta a scegliere una nuova protagonista per una storia che si sposta dai vicoli di BariVecchia e dintorni per trovare una magica location in un’altra delle quattro Puglie, giù nel Salento. Magica non a caso. La giovane maresciallo dei carabinieri Chicca Lopez non ha nemmeno trent’anni, è coraggiosa, insofferente alle imposizioni, ha una vita privata complicata da un passato sfortunato che le ha lasciato in eredità un profondo senso di insicurezza e incertezza che include anche la sfera sessuale e, almeno per ora, la tiene incastrata in una relazione soffocante con l’esigente e poco comprensiva Flavia; un personaggio irrisolto ancora alla ricerca di se stessa dalla fragile intimità che maschera di risolutezza sul lavoro. Nel complesso, forse, si deve dire che Chicca Lopez non riscuote particolare simpatia nel lettore e pure risulta certamente intrigante. Tuttavia in Pizzica amara è piuttosto l’atmosfera a creare una bella suggestione, le tradizioni di questa terra meravigliosa fatta di luci e ombre. Se è vero che il Salento non è soltanto la terra del sole del mare del vento, dei pasticciotti e delle fave con le cicorie (nei libri della Genisi i piatti hanno sempre un loro spazio, qui non ci sono ricette a differenza degli altri ma sono citati in maniera tale che quasi se ne sente il gusto buonissimo), della pizzica, della terra rossa e degli ulivi ma non è nemmeno il caso di liquidare tutto questo soltanto come colore da cartolina. Quello che sarebbe necessario, piuttosto, è non fermarsi alla superficie e convincersi che andare in vacanza in un villaggio turistico non significa conoscere il Salento. Genisi racconta queste bellezze ma sembra certamente aver approfondito la storia (per esempio, in pochi conoscono la storia delle tabacchiere salentine o l’esistenza di un fiume sotterraneo, l’Idume), le tradizioni, il costume, per cui se l’esoterismo, la superstizione, la magia nera, la massoneria, persino il satanismo sono gli ingredienti narrativi di questa storia che si fa leggere velocemente, c’è anche una certa attenzione al significato antropologico di elementi spesso banalizzati, fraintesi e sostanzialmente sconosciuti come le macare salentine, le tarantate, la stessa taranta che non è affatto una danza gioiosa ma un rito doloroso per scacciare il male, aspetti della tradizione che affondano le radici nelle origini più antiche di questa terra affascinante e che, come capita spesso, confondono i diversi piani di superstizione medicina religione folklore. Un mondo incredibilmente fascinoso che chi vuole può approfondire in saggi molto interessanti, per esempio quelli dell’antropologo Ernesto De Martino. Gabriella Genisi mescola abilmente tutto questo con una vicenda di abusi di potere e perversioni ma vi aggiunge anche altre tematiche che vedono la criminalità locale intrecciare interessi con poteri assai più ampi: discariche abusive, la Xylella, il disagio giovanile, la droga, l’immigrazione. Un po’ troppa carne al fuoco, ha detto qualcuno, e forse è vero. E tuttavia il lettore non si smarrisce mai e, nonostante qualche momento poco credibile nella trama, la prosa fluida, il ritmo accelerato a “cento battiti al minuto” come quello ipnotico del tamburello nella pizzica e un poliziotto moderno e deciso lo trascinano tra magia e storia, bellezze naturali e artistiche, musica e suggestioni fino all’ultima pagina. “Una favola nera” l’ha definita l’autrice, un noir leggero e divertente, perfetto sotto l’ombrellone o ovunque vogliate trascorrere qualche ora di relax. Per l’indagine di Chicca Lopez – personaggio comparso per la prima volta in un racconto di Gabriella Genisi nell’antologia Nero Mediterraneo del 2017 – è prevista una versione televisiva. Ogni capitolo del romanzo è introdotto da un verso di Vittorio Bodini, poeta traduttore ispanista e critico letterario salentino.



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