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Pnin

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Il professor Timofej Pavolovic Pnin è stato invitato a una conferenza in uno sperduto paesino della provincia americana. È talmente appassionato di orari ferroviari che ha di proposito ignorato ogni suggerimento e ha elaborato un suo proprio itinerario, con caparbietà mista a gioia. Peccato che la sua fermata sia stata abolita due anni prima. Ma con un mezzo di fortuna e rinunciando alla sua valigia, riuscirà ad arrivare in tempo…

Professore russo emigrato, come lo era stato lo stesso Nabokov negli anni Quaranta, Pnin insegna lingua russa nel college della Waindell University. Calvo, grosso di torace e sottile di gambe, Pnin è incapace di adattarsi alla civiltà americana: parla un inglese approssimativo, è divorziato, è una frana nei rapporti con le donne e il figlio adolescente, e non prende parte alle manovre meschine del campus, che finiranno per estrometterlo. Eppure in questo suo disagio metafisico resta un’anima pura. Pnin è autentico, saggio e leale quanto goffo e patetico. Si ritrova sempre in situazioni comiche perché ha capito male o ha commesso un errore di valutazione. Il lettore ama chi lo ama e odia chi lo odia. Nabokov ha scritto questo romanzo nello stesso periodo di Lolita, quando prendeva una boccata d’ossigeno lontano da Humbert Humbert e dal suo universo oscuro. Anche se Pnin è considerato un romanzo minore, il genio letterario di Nabokov si manifesta continuamente: “Qualcosa che Pnin aveva udito distrattamente durante quella giornata ed era stato riluttante ad ascoltare con attenzione ora lo infastidiva e lo opprimeva, come ci opprimono, veduti in retrospettiva, un errore grossolano che abbiamo commesso, una sgarberia che ci siamo permessi, o una minaccia che abbiamo preferito ignorare”.