Point Lenana

Felice Benuzzi, soldato italiano triestino e prigioniero di guerra n. 41033, insieme a due compagni evade dal campo di prigionia inglese di Nanyuki, nei pressi di Nairobi, in Kenya. I fuggitivi scalano il Monte Kenya giungendo, dopo diciassette giorni di duro cammino, senza attrezzatura e scorte, sulla Punta Lenana, dove issano la bandiera tricolore. Perché lo fanno? Perché, poi, ritornano nel campo di prigionia e si riconsegnano alle autorità? Chi è Felice Benuzzi? Perché il suo libro Fuga dal Kenya edito nel 1947 resterà pressoché sconosciuto in Italia e, invece, è un bestseller in Gran Bretagna e negli USA? Sono queste le domande che si pone Wu-Ming 1, su invito del suo agente letterario Roberto Santachiara, che gli chiede di leggere quel libro. Wu-Ming 1 deve superare la prima emozione, che è quella di rifiuto verso una storia che sembra potersi annoverare tra i romanzi dell’irredentismo italiano, quello che mostra gli italiani come brava gente. Deve andare oltre, e scoprire, tra le righe di quella narrazione, il patrimonio storico di fatti, eventi, personaggi che invece mostrano il costato di un mondo schiacciato dalla violenza, dai soprusi, dagli stermini di massa, da uomini-belve che inneggiano alla superiorità di razza pur senza chiamarsi Hitler. Nella storia dei nazionalismi e del colonialismo gli artisti spesso sono promotori e sostenitori di quei funesti ideali e gli uomini della storia, come Francesco Giuseppe I o Vittorio Emanuele II sono piccoli, indifesi, incapaci di sostenere il peso degli eventi. Felice è un’alpinista con il “bacillo dei sassi” che non può fare a meno di salire, di mettersi alla prova, di spingersi oltre, di resistere e in questa parola c’è tutto il senso della storia di Felice Benuzzi…

I due autori definiscono questo libro come “oggetto letterario non identificato” proprio per la sua concezione narrativa, mediante la quale la grande storia viene narrata senza veli e reticenze, partendo dalla narrazione della piccola storia di un uomo. La storia personale di Felice Benuzzi si intreccia con il cammino di ricerca dello storico-scrittore che intende narrare gli eventi senza nascondere gli aspetti nefasti che l’hanno caratterizzata, ma anzi mettendoli a nudo, con lo scopo di far venire a galla tutta la più becera verità, perché ciò che è stato non possa essere dimenticato, perché nessuno possa sentirsi pulito o assolto. Una lente d’ingrandimento pietosa su ogni evento storico, con una lingua tagliente e senza mezze misure che ingrandisce i nei della storia e punta il dito anche su personaggi amati come Karen Blixen (amata scrittrice del “mal d’Africa”, ma assertrice della inferiorità della razza nera) o Pascoli, che propugnava i principi della grandezza del popolo italiano a danno delle genti destinate a subirne il dominio. Della narrazione fa parte la storia dell’alpinismo come ascensione verso l’alto per liberarsi delle lordure, per imporre una nuova visione del mondo che non conquista, ma protegge. Leggere questo “ibrido tra romanzo e saggio” è come essere su una pagina di Internet in cui ogni parola è un link che si può aprire per spalancare le porte alla storia, quella vera. Un libro lungo, forte, intenso, a volte sconcertante e fastidioso, che ti fa sentire in colpa, che ti rivolta lo stomaco, che fa riflettere, ma alla fine non dà soluzioni se non quelle del ricordare, del mantenere in memoria.

 


 

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