Polpo immondo

Polpo immondo

Il rapporto primordiale dell’uomo con il mare si rispecchia nel carattere duplice e dualistico che questi ha anche con la fauna che lo abita. L’acqua come fonte di vita ma anche come custode degli abissi e dell’ignoto, dimora di una popolazione invisibile che può essere materia di sostentamento oppure generatrice di esseri mostruosi e assassini. Al di là di miti e leggende, molte delle quali non prive di appiglio alla realtà sostanziale se si pensa ai cefalopodi giganti, è forse il polpo che meglio rappresenta plasticamente l’enigma: l’antropomorfìa – testa, occhi, arti – lo rendono mostro ed archetipo; la compresenza di elementi quali la mollezza contrapposta alla capacità di avviluppare e strangolare la preda, la mimesi, la capacità di adattamento... E che dire della seduzione esercitata dagli occhi umani del mollusco, nei quali ognuno può scorgere inquietudine, ferocia, tristezza, fermezza ed altro? Un enigma per l’uomo antico. Ed è così che troviamo il polpo, in compagnia di buona parte della fauna ittica, oggetto di alterne fortune di carattere filosofico, medico, alimentare e religioso presso Greci, Egizi, Romani, Ebrei, Fenici, Siriaci... E se è vero che i tabù alimentari, la cui valenza è indiscutibile in quanto imposta “dall’alto”, vengono tramandati e sono sempre stati un efficace mezzo di coesione e distinzione da parte di un gruppo umano rispetto a ciò che è “altro”, non c’è bisogno di relegare tutto ciò ad un mondo antico e lontano: basti pensare all’avversione che ancora oggi i popoli nordici provano per i tentacolati, ed al fatto che il Kasherut ne proibisca il consumo...

Non di solo polpo ed altra fauna ittica si discetta ma, più in generale, di tabù alimentari che affondano le radici nel mondo primordiale: una visione composita riguardo le abitudini – mutevoli nel tempo – inerenti i precetti e le preclusioni che, dai popoli antichi, si riverberano nel tempo. Frutto di un’immane e scrupolosa ricerca, questo trattato si inscrive di diritto tra le autorevoli fonti di chiunque voglia affrontare la materia. Ricco di note bibliografiche che vanno da Aristotele, Mirtilo, Ateneo, Teocrito di Siracusa e tanti altri, costituisce senz’altro un compendio prezioso per gli appassionati di Storia delle tradizioni popolari ma forse è proprio nel carattere specialistico nel campo dell’antropologia storica che il testo risente di qualche limite. Privo del tono confidenziale che aiuti il fruitore a godere di un rapporto discorsivo con l’autore, il testo si risolve in un lungo elenco di fatti e citazioni che potrebbero scoraggiare il lettore onnivoro.



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