Post punk 1978-1984

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Se nel 1977 avevi solo 14 anni, per forza di cose il punk a malapena è riuscito a sfiorarti di striscio. Dalla stanza del tuo fratello maggiore, il primo a convertirsi all’ascolto di quelle sonorità dure, provenivano versi violenti nei contenuti e nella forma con cui erano espressi, qualcosa come “Fuck this and fuck that/ Fuck it all and fuck her fucking brat”. È incredibile pensarci, eppure nel 1978 la rivoluzione del punk si era già esaurita, data ufficialmente per morta. Poco importa se fosse Londra o New York, ma per molti la coda di quel biennio fu ben più rilevante del punk stesso. C’è infatti chi considera, se possibile, l’onda lunga che arriva fino al 1984 persino più interessante del fenomeno di partenza. Erano gli anni in cui la Gran Bretagna era il centro di gravità permanente di ogni tendenza della musica pop, è stato un periodo luminoso, in grado di rivaleggiare con i primi anni Sessanta, ma che viene clamorosamente ignorato dagli storici della musica. La prima frattura si ebbe, a dir la verità, già nell’estate 1977. Il punk si dimostrava già come la parodia di sé stesso, e da fenomeno aperto e contestatore era finito per farsi ingabbiare nelle solite dinamiche commerciali. In particolare, c’era l’anima più rabbiosa e “populista” del punk che puntava a rimanere alla portata di tutti, che confluirà successivamente nel cosiddetto oi!, mentre gli artisti d’avanguardia erano già consapevoli che era necessario chiudere quella parentesi hardcore e reinterpretare le esigenze con una ricerca musicale e concettuale sicuramente maggiore. Era il “post punk”, che qui viene celebrato raccontando la storia di band come Talking Heads, Joy Division, Public Image Limited, i Devo, Brian Eno e i Cure…

Non ha bisogno di lunghe presentazioni un critico musicale della stazza internazionale di Simon Reynolds, in grado di coniare il termine “post-rock” e autore del fortunatissimo saggio di costume Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato (edito anch’esso in Italia da Minimum fax nel 2017), essenziale in epoca di vintage e recupero funzionale del passato, in cui sembra che non ci sia spostati di un millimetro rispetto alle mode e alle linee di tendenza di quarant’anni fa. Scegliere di parlare del post punk con questo volume (uscito nel 2005 in lingua originale, col titolo Rip it up and start again) vuol dire innanzitutto avere un’idea precisa di quel variegato fenomeno che l’autore considera per certi versi anche più interessante del punk stesso. Come dichiarato nelle prime pagine, il periodo è esteso e va dal 1978 al 1984, una porzione di storia che già per motivazioni extra-musicali era interessante, per i cambiamenti sociali e l’affermarsi di leadership come quelle di Reagan e Thatcher. Tutto il materiale musicale e culturale di quegli anni va studiato minuziosamente e catalogato, organizzato secondo un criterio. Non è cosa facile perché la successione cronologica può non bastare, dati i molti fenomeni che si svolgono spesso in parallelo. La scelta è stata quindi di “spezzare” il periodo in una serie di microstorie a sé stanti, spesso determinate in base geografica e in base agli scenari dei grandi agglomerati urbani (impossibile scindere la new wave da New York), di una regione o di uno stato intero. Spesso invece s’è deciso di raggruppare in base alla tendenza artistica, o rispetto a particolari nuclei artistici. Era tutto un brulicare di cose nuove, un unico flusso di sorprese che lasciava stupefatti in attesa della fase successiva. Il 1985 per l’autore segna l’esaurimento dell’energia squisitamente punk, con una decadenza ormai manifesta nei gruppi new pop: Culture Club, Duran Duran, ma anche concerti di culto come il fenomenale Live Aid o l’ascesa al trono del pop di Madonna sono indice della fine di un’epoca durata quasi un decennio.



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