Potere alle parole

Potere alle parole

A leggere e a scrivere si impara abbastanza presto e così “finiamo per dare questa competenza un po’ per scontata”. Le conseguenze posso essere nient’affatto positive, soprattutto nella nostra società, definita “della comunicazione”, che richiederebbe la capacità di saper usare bene la lingua, per evitare di trovarci nella spiacevole situazione di non riuscire a comunicare in maniera efficace, di essere vittime di fraintendimenti, di non capire quello che ci circonda. Si tratta di “difficoltà legate all’uso degli strumenti linguistici ‘in ingresso’ (mancata comprensione del messaggio) o ‘in uscita’ (problemi a mettere in parole ciò che vorremmo esprimere). È quasi paradossale, proprio in virtù del tipo di società di cui facciamo parte, ma queste difficoltà sono reali. Tuttavia, “almeno parte della soluzione sta nelle mani di ognuno di noi”, perché la competenza “ci viene concessa praticamente per diritto di nascita” – “Nasciamo con una pre-competenza linguistica che ha bisogno dell’interazione con altri esseri umani per emergere e perfezionarsi” – e sta a noi affinarla e tenerla in esercizio, perché “La capacità linguistica è come un muscolo: va allenata”. Ed essere consapevoli di quello che non si sa fino ad un dato momento significa poter scegliere di ampliare i confini della propria conoscenza. Questa scelta coincide con una parola fondamentale, libertà. “La vera libertà di una persona passa dalla conquista delle parole: più siamo competenti nel padroneggiarle, scegliendo quelle adatte al contesto in cui ci troviamo, più sarà completa e soddisfacente la nostra partecipazione alla società della comunicazione”. Ma cosa è una lingua e perché parliamo? Sembra una domanda banale, lo diventa assai meno se riflettiamo sul fatto che, tra tutte le specie, soltanto gli esseri umani hanno il dono della parola. “In principio era il Verbo”, così comincia il Vangelo di Giovanni – ci ricorda Vera Gheno – e, credenti o meno, è impossibile non comprendere l’importanza e la forza di questa affermazione. La base del linguaggio è biologica e nasce dalla necessità fondamentale dell’uomo di comunicare. La lingua – che possiamo definire un “codice”, disciplinato da regole, condiviso da una comunità – svolge tre funzioni principali: 1) Definire se stessi. Le parole che scegliamo dicono “qualcosa di ciò che siamo e non siamo”. 2) Descrivere il mondo. Ovvero dare il nome alle cose. Ma la pressoché infinita possibilità di esprimerci corrisponde alla capacità di percezione e descrizione della realtà. 3) Comunicare con gli altri. Come già detto, questa è “una condizione naturale dell’essere umano, che è un animale sociale (ndr come meglio diceva Aristotele ne La Politica, nel IV secolo a.C., è per natura un “animale politico”, “ζῷον πολιτικόν, zôon politikòn”). Tuttavia questa relazione non è semplice. Ci sembrerà strano ma questa difficoltà è aumentata moltissimo “soprattutto da quando la nostra realtà si è complicata anche a causa dei nuovi canali di comunicazione aperti da internet”. Il perché è intuibile. L’apparente facilità e rapidità della comunicazione deve fare i conti con una questione fondamentale. “Usare le parole giuste assume un’importanza ancora maggiore, dato che ognuna di esse può essere fraintesa più facilmente quando l’interlocutore è molto lontano dal nostro mondo e modo di vedere le cose”. Quante volte, per esempio, ci siamo ritrovati a doverci “difendere” dicendo “ma no, ero ironico/a, non hai capito la battuta…”?

“Ognuno di noi è le parole che sceglie: conoscerne il significato, saperle usare nel modo giusto e al momento giusto ci dà un potere enorme, forse il più grande di tutti”. Impossibile non condividere uno dei concetti fondamentali espressi in questo saggio Potere alle parole – sottotitolo Perché usarle meglio – di Vera Gheno, sociolinguista specializzata nella Comunicazione digitale, traduttrice, consulente linguistica, a lungo occupata nella gestione dell’account Twitter dell’Accademia della Crusca, attualmente docente all’Università di Firenze dove si occupa di Scienze Umanistiche per la Comunicazione e di un Laboratorio di Italiano. Già autrice e coautrice di testi incentrati sui suoi interessi e competenze, definisce questo ultimo lavoro “una grammatica destrutturata”. Non si tratta affatto di una grammatica, infatti, né di un manuale d’uso; è piuttosto una gradevole lettura infarcita di informazioni a carattere linguistico, curiosità, dati, aneddoti personali e non, concepita attorno al concetto che la lingua è uno strumento vivo e pertanto in continua evoluzione. L’italiano neostandard – come apprendiamo che i linguisti definiscono l’italiano parlato in contesti informali – ha quindi una importanza notevole ed è interessante perché è quello che usiamo tutti senza che ci venga insegnato a scuola. Questo non significa che le regole che disciplinano la lingua, quelle che invece apprendiamo a scuola, non abbiano valore ma occorre essere consapevoli che esse si insegnano ma non si impongono, che sono tali perché vengono accettate dalla maggior parte della comunità dei parlanti di una lingua e quindi diventano valide in un certo momento e contesto storico. L’italiano ha una certa resistenza, che ha radici storiche e culturali (si pensi al fascismo), ad avere padroni ed evita le imposizioni. Chi è convinto che i vocabolari o la stessa Accademia della Crusca abbiano, per esempio, facoltà e potere di introdurre neologismi prende una solenne cantonata. La Crusca “osserva, studia, registra, consiglia, ma non impone” (a differenza di quanto accade, invece, in Francia). “Ma allora c’è qualcuno che ha più autorità degli altri nel decidere come dire cosa?”. Sì, “la massa dei parlanti”. Nella vicenda legata al famoso aggettivo “petaloso” che ha suscitato entusiasmo e polemiche, spesso non sostenuti da una corretta informazione dei fatti, l’unica verità è che se davvero se ne fosse registrato un uso diffuso, il termine proposto dal bambino Matteo della provincia di Ferrara sarebbe entrato certamente nei vocabolari. Questo non è ancora successo e per ora compare soltanto tra i termini “osservati speciali”. Ci piaccia o no, questa è la realtà. Occorre dire che la formazione dell’autrice e il suo campo di interessi, incentrati appunto sulle conoscenze linguistiche essenzialmente dei parlanti, e sulla linguistica calata nel contesto sociale con una attenzione particolare alla conoscenza mediata dal computer, sono piuttosto preponderanti nel suo approccio alla linguistica generale e il volume finisce per essere interessante soprattutto per chi sia completamente a digiuno di questi temi, anche perché risulta assolutamente fruibile da chiunque; al contrario, aggiunge poco a chi abbia conoscenze specifiche, anche soltanto di base. Per tornare al bellissimo concetto iniziale, le parti più apprezzabili risultano quelle in cui Vera Gheno insiste sull’importanza di conoscere meglio la nostra lingua, equiparabile a quella della vera libertà. “La vera libertà passa attraverso la conquista delle parole”. Affermazione importante più che mai nella nostra complessa società, “Più aumenta la complessità del tessuto sociale, più le parole possono contribuire a unire o a separare. Ma le parole di per sé non sono né muri né ponti. Piuttosto diventano ciò che noi le facciamo diventare con le nostre intenzioni comunicative”. È fondamentale quindi possedere quante più parole possibile e padroneggiarle, e non è forse uno spreco enorme usare – nella migliore delle ipotesi – soltanto un quinto di quelle di cui potremmo disporre? Riflettiamoci.



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