In principio erano le mutande

In principio erano le mutande

Non si può stare tranquillamente a casa ad oziare se hai debiti con la maggior parte delle persone che conosci. La padrona di casa che ti segue per le scale del tuo palazzo; anche se, per fortuna, c’è la vicina africana che ti avverte quando si avvicina per richiederle quanto dovuto. Poi c’è anche il tuo amico Luca che chiama in continuazione per quelle trecentomila lire che sarebbe giusto ridargli, se ce l’avessi. Il fatto è che nella vita provi a fare di tutto per avere in tasca qualche lira in più, ma non è semplice. Esattamente come con gli uomini. Ormai è evidente che tu sia una calamita per la categoria più pericolosa, quella degli “infami”. Uomini che puoi incontrare in vacanza per caso, che ti strappano un bacio, o qualcosa in più, molto più spesso ti ricoprono di promesse che poi non fanno nulla per mantenere. Fidanzati, avventurieri, musicisti, archeologi sfigati, panettieri. Uomini di ogni nazione che è bello conoscere anche se poi ci si ritrova a fare un bilancio con l’amica Giovanna e sembra che non si arrivi mai a mettere la testa a posto. Giovanna, quella con cui litighi in continuazione ma con cui poi fai pace, perché tutto quello che vi lega, vacanze, uomini, disavventure, va oltre eventuali screzi o opinioni contrarie. Meno male poi, come dice anche Gertrude Stein, che le giornate hanno sempre una fine…

In principio erano le mutande è un romanzo degli anni Novanta, in cui si sperimentava a livello lessicale, sintattico e anche contenutistico. Sono gli anni della Gioventù Cannibale, di Isabella Santacroce e, appunto, di Rossana Campo che fa parlare la sua eroina con il gergo dell’epoca, sospesi tra gli anni Ottanta vistosi e pieni di soldi e i Duemila in attesa di un cambiamento epocale. Le battute sono veloci, i dialoghi urlati e senza troppo eleganza formale, le centomila lire vengono ancora chiamate “sacchi”. Ci si parla addosso, velocemente, dimenticando articoli ed elementi del discorso, anche per strappare una risata, che a volte arriva ma spesso no. La sua Genova è sgarrupata, a pezzi e piena di vicoli, a volte on particolarmente profumati, in cui le persone vivono apparentemente insieme e quasi una sopra all’altra, in una pacifica commistione di razze tipica di molti quartieri popolari. Bisogna tener conto sempre degli anni di riferimento, ovvero prima della cosiddetta gentrificazione di molte zone degradate e del dominio nelle zone centrali delle città di Airbnb. Un periodo, quindi, ancora autentico in cui se, come la protagonista, si deve sbarcare il lunario si può contare sulla complicità dei vicini che ti difendono, piuttosto che partecipare allo sfratto. Nel 1999 da questo romanzo Anna Negri ha tratto il suo primo film da regista, presentato anche al Festival di Berlino, con due giovanissime Teresa Saponangelo e Stefania Rocca nei panni – azzeccati – dei ruoli principali.

 


 

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