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Pura invenzione - Dodici variazioni su Frankenstein

F è la prima lettera del cognome Frankenstein ed è la prima lettera della parola Felicità, la stessa che Lisa prova nel rileggere l’omonimo romanzo gotico. Tralasciandone gli aspetti scientifici è ciò che “avviene sottotraccia” a destare in lei il maggior interesse, come l’immedesimazione: Mary, figlia di due intellettuali, attraverso la scrittura si esprime e tramite l’invenzione si affranca, e Lisa, figlia di due storici e accademici, è in cerca di un suo tema. Scrivere è creare. È la gioia di inventare. La casa paterna di Mary ha ospitato numerosi intellettuali e le loro voci unite a quelle che ha ascoltato nella dimora di Shelley riecheggiano nella sua mente, ma nell’estate del 1816 a Villa Diodati, spronata dalla sfida di Byron, Mary può dare vita alla sua creazione, alla pura invenzione “capace di scardinare i nessi obbligati tra la vita vera e la sua riscrittura”. È la fantasia a essere rivoluzionaria. La seconda lettera è la R: rabbia. Un sentimento impetuoso, connesso spesso al dolore e comprendere come l’una generi l’altro non è facile, non è per tutti. La vulnerabilità accomuna i personaggi del Frankenstein: Walton l’esploratore che cerca per tutta la vita un amico, Victor deluso nella sua ricerca di gloria, la sensibile Elizabeth e il Mostro, la creatura non nata, brutta e abbandonata alla solitudine, il cui estremo dolore genera una rabbia distruttiva e mortale. La terza lettera è la A, come in asimmetrie, dove è evidente la mancanza di equilibrio nel legame tra il Mostro e Victor, tra padre e figlio. Eppure il Mostro e Victor sono comunque legati e a unirli è il vincolo del continuo paragonare il proprio dolore, il proprio fallimento. Vincolo che solo la morte annienta. La quarta lettera è la N, come la notte…

“Non amo i racconti dell’orrore, né le storie di fantasmi, e tantomeno i romanzi gotici.” Ammette Lisa Ginzburg, eppure è nella narrazione di una vicenda oscura e cupa come Frankenstein o il moderno Prometeo che risiede la luce, la forza della creazione e dell’immaginazione. Attraverso Mary e attraverso le vicende del “Mostro” da lei generato, la Ginzburg ha modo di raccontare di sé e delle affinità, ma anche delle discordanze, con la giovane scrittrice. Dichiara di avere rifiutato il suggerimento offertole da un amico di usare uno pseudonimo invece del suo celebre e ingombrante cognome, e quel rifiuto ha generato “un senso di rinascita che non mi ha più lasciato”. Mary invece si rifugia nell’anonimato, non si svela. Ognuna delle lettere che compongono la parola Frankenstein permette di descrivere un concetto: dalla felicità all’eros, dal kaos fino alla nascita. Strumenti attraverso cui analizzare gli aspetti più nascosti del celebre romanzo, della vita di Mary e di quella della Ginzburg, che vuole bene al Mostro (lo confessa con una certa tenerezza), in quanto è la “figura più umana del romanzo”. Fallimento, solitudine, aspettative, fame d’amore, la perdita legata al lutto: “sempre quel brivido sottopelle a ricordarti lo sgomento”, serpeggiano tra le pagine del Frankenstein e la saggista, cogliendole tutte, le mette in evidenza in questo volume. Così come sottolinea l’importanza della figura materna (per Mary e per il Mostro) e come sia ingombrante la sua assenza. Sono i rapporti genitori e figli, creatori e creati, al centro dell’attenzione. La Ginzburg, laureata in Filosofia alla Sapienza di Roma e specializzata alla Normale di Pisa, dà a una storia ben nota nuove chiavi di lettura, rivelando, lettera dopo lettera, esperienze personali, emozioni profonde, che hanno determinato le scelte che l’hanno guidata nel corso della vita, grazie anche alla preziosa influenza della nonna Natalia e della madre Anna. Il linguaggio con cui tutto questo viene presentato al lettore è elegante, preciso, quasi un flusso di pensiero, a tratti intenso, capace di pescare nella memoria di ciascuno, e pretende pause, riletture e riflessione. Per chi ama il tormentato mostro creato da Mary Shelley è un’occasione d’approfondimento.