Quel delitto del ’56

Nel 1956, in uno dei giorni “clou” della storica nevicata che scende sulla Capitale, un tramviere scorge ciò che gli sembra il lembo di una giacca sporgere da un cumulo di neve; decide di fermare il mezzo, scende, spala un po’: si tratta di un cadavere. Ha al collo un fil di ferro che è stato legato ad una rete posta alle sue spalle; è chiaro che trattasi di omicidio, visto che ha anche un foro sulla nuca e il suddetto fil di ferro è stato usato simbolicamente, solo per rappresentazione scenica. Stessa motivazione, ossia quella di spettacolare avvertimento, di efficace monito, ha l’aver posto il cadavere esattamente al di sotto di un cartello “Pericolo di morte”, uno di quelli che avvisano di non toccare i fili elettrici. A giungere per primi sul luogo sono un Maresciallo dei Carabinieri ex partigiano ed un commissario di polizia, i quali si rendono perfettamente conto di quanto appena esposto, ma successivamente la pratica passa al cosiddetto U.A.R. (l’Ufficio Affari Riservati) che fa di tutto non solo per archiviare l’accaduto, qualificandolo come suicidio contro qualsiasi logica fattuale e razionale, ma altresì cerca di convincere, mediante pressione sui vertici dell’Arma, il Maresciallo a pensare solo all’imminente raggiungimento della pensione, visto che, invece, molto incuriosito, si sta appassionando con enorme impegno in un’indagine che - gli ribadiscono duramente – non gli compete. Il Maresciallo però non s’arrende, e con la collaborazione di suo figlio, militante della locale sezione della FGCI, e di molti dei suoi amici “compagni” della sezione, scopre che il morto aveva non molti giorni prima partecipato ad una riunione proprio in Sezione, durante la celebrazione di un anniversario della nascita del PCI. Non solo il futuro cadavere, ma anche altre due persone erano state viste partecipare, solo in quell’unica circostanza, ad una riunione della Sezione Comunista; erano insomma degli “estranei” o quantomeno dei novizi, ed è proprio su questa singolarità che il Maresciallo sente di dover indagare in modo approfondito per scoprire tutta la verità…

Questo breve romanzo (ispirato ad un vero fatto di cronaca, il cosiddetto “delitto del ponte”, tuttora irrisolto), a metà strada tra il giallo ed il saggio di riflessione politica, ha due chiari punti di forza, e – numericamente – forse ancor più punti di debolezza. I punti di forza, che complessivamente “salvano” il libro, sono la sincera, profonda passione politica che l’autore riversa nell’opera, passione talmente lucida e trasparente che, credo, possa destare ammirazione anche in chi non abbraccia – o non ha abbracciato in passato – la medesima ideologia; e la perfetta conoscenza degli avvenimenti storici che vanno dall’inizio della seconda guerra Mondiale alla cosiddetta “guerra fredda”, narrati in sintesi con molta precisione e senza che mai il punto di vista ideologico filtri talmente la realtà da distorcerla. L’aspetto che davvero mi ha affascinato - e su cui a mio avviso l’autore avrebbe dovuto insistere di più - sono le analisi che, di tanto in tanto, affiorano nel corso della narrazione, su quali eventi situati cronologicamente tra il ’46 e i primi anni ’60 sono stati davvero fondamentali per arrivare allo scenario politico e sociale attuale, o, per dirla diversamente, in quali aspetti la “vera sinistra”, quella del PCI dal dopoguerra sino a Berlinguer, pur in tutte le diverse fasi che essa ha attraversato, “manca” davvero a questo Paese, persino a chi, pur militando rigorosamente dall’altra parte, si rende conto che una vera sinistra è necessaria per la stabilità e l’equilibrio di tutto il sistema politico italiano. Certo, approfondire questo aspetto avrebbe sbilanciato i toni dell’opera da giallo con coloriture di saggio politico a saggio politico con accenni di trama “gialla”, ma credo che il romanzo ne avrebbe beneficiato, perché così com’è soffre di una certa indecisione nei toni utilizzati. In fondo allo stesso autore ciò che più sta a cuore è ricostruire la reale situazione di quegli anni, le tensioni che si avvertivano sia all’interno della militanza comunista (e che meno di vent’anni dopo avrebbero portato a Lotta Continua oltre che alle stesse Brigate Rosse, per chi crede alla loro genuinità almeno “di nascita”), sia all’esterno di essa, e utilizzare il fatto storico dell’episodio delittuoso per darne una verosimile chiave di lettura che al tempo stesso fungesse da cornice entro la quale approfondire tutti gli aspetti sopra elencati. L’episodio di partenza, seppur forse quantitativamente più “presente” nel libro rispetto agli approfondimenti politici e ideologici, vede meno fervore, meno partecipazione sentimentale dell’autore, s’intende insomma che si tratta di un aspetto quasi esclusivamente strumentale: prenderne coscienza e articolare diversamente la struttura del libro, a mio avviso, ne avrebbe potuto rappresentare una svolta. Una curiosità: nel personaggio del Maresciallo Quattrucci rappresenta autobiograficamente tutto ciò ch’egli ricorda del carattere, della vita, del lavoro di suo padre.

 


 

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