In quelle tenebre

In quelle tenebre
2 aprile 1971, carcere di Düsseldorf. In una saletta spoglia si incontrano una giornalista e un uomo alto, elegante, prestante nonostante i suoi 63 anni. L'uomo  è austriaco, si chiama Franz Stangl e il 22 dicembre del 1970 è stato condannato all'ergastolo per la sua complicità nell'uccisione di 900.000 persone. Perché quell'uomo è stato il comandante del terribile campo di sterminio di Treblinka. L'intervista scorre via senza sussulti: Stangl cerca di giustificarsi col solito vecchio ritornello “obbedivo soltanto agli ordini”, la giornalista si innervosisce e pone al suo interlocutore un aut aut: o lui accetterà di raccontare tutta la sua storia senza reticenze in un libro, oppure tutto finirà lì, con una breve articolo destinato a finire ben presto nel dimenticatoio. L'uomo accetta, e inizia a raccontare. L'infanzia regolata da un'educazione militare, la passione per la cetra, il lavoro come tessitore, l'ingresso nella Scuola di Polizia a Linz, l'arruolamento nella sezione politica, e poi l'Anschluss, e la chiamata a Berlino, con l'incarico di sovrintendente di polizia a Tiergantenstrasse n°4, il centro dove si praticava l'eutanasia nei confronti di minorati mentali e handicappati, l'arrivo in Polonia nel 1942 per costruire e dirigere il campo di Sobibor e poi il trasferimento a Treblinka, il più grande campo di sterminio mai costruito, assieme a moglie e due figlie...
Pubblicati nel 1971 sul Daily Telegraph Magazine, i colloqui tra la giornalista Gitta Serenyi e Franz Stangl, comandante di Sobibor e Treblinka tra il 1942 e il 1943, sono un documento di grande importanza. Innanzitutto perché Stangl resta l'unico comandante di un campo di sterminio portato in tribunale il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal ebbe a dichiarare: “Se non avessi fatto altro nella mia vita che catturare quest'uomo malvagio, comunque non sarei vissuto invano”), e poi perché si tratta di una personalità complessa, tormentata, tutt'altro che monocromatica. Giustificazioni e bugie a parte, si avverte comunque nelle sue parole se non il pentimento almeno il rimorso, il rimpianto per le atrocità commesse e soprattutto per le scelte di vita che lo hanno 'incastrato' in un percorso tanto agghiacciante. Tormenti veri o presunti di Stangl parte, ciò che emerge dalle interviste della Serenyi (non solo al comandante di Treblinka ma anche a sua moglie, sua cognata, altri membri delle SS, sopravvissuti ai campi di sterminio nei quali Stangl ha lavorato e testimoni esterni) è l'orrore della quotidianità vissuta in un campo di sterminio, l'eclissi della coscienza che permette di trattare esseri umani come oggetti inutili dei quali liberarsi, la quantità di cieca e ottusa crudeltà e di morte alla quale – pare incredibile ma è così – ci si riesce ad assuefare. Un viaggio spaventoso ma assai istruttivo nel buio dell'animo umano. Laggiù, in quelle tenebre.

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