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Quello senza nome

La vita, si sa, può a volte girarti improvvisamente le spalle, e, se sei particolarmente sfortunato, ciò può avvenire su più fronti contemporaneamente. A Danilo, giovane di neanche trent’anni, è accaduto con il lavoro e l’amore nello stesso momento: dopo un periodo di depressione, si è trovato a vendere aspirapolveri perché qualsiasi attività, pur in questo caso faticosa e pressoché improduttiva, gli sembrava meglio del fondo nero di pericolosa stasi e immobilità in cui era precipitato. Un giorno, dopo varie giornate senza vendere un aspirapolvere, gli pare che, ad uno dei citofoni cui ha suonato, ci sia una persona davvero interessata al prodotto: ma la voce di costei ha qualcosa di orrido e inquietante. Decidendo di salire e farsi aprire la porta, Danilo deve far tacere una voce interiore molto forte che gli dice che è una follia, che sta correndo un grave rischio e che deve allontanarsi a gambe levate da quel condominio senza alcun numero civico all’esterno, e che non aveva mai notato prima nella propria città: ma dopo esser stato ospitato in quel bizzarro appartamento, e dopo aver superato i primi brividi e le iniziali ritrosie contro gli ospiti di esso, uno più terrorizzante dell’altro - chi per comportamento, chi per foggia esteriore (ad esempio uno di loro è un perfetto e rivoltante incrocio tra un uomo e un ragno che passeggia sul soffitto, vittima di una sua invenzione riuscita male; altri hanno potentissime doti magiche) - Danilo intuisce che passerà, in un senso o nell’altro, una giornata da ricordare per tutta la vita e che dunque è forse il caso di rimanere in quella variegata e numerosa compagnia; gli abitanti della casa, nel contempo, sono onorati di avere (dopo circa… un secolo!) un nuovo visitatore e di potergli dedicare ciascuno varie storie da raccontare, se ne avrà voglia…

In questa cornice, che ricorda il Decameron se vogliamo, o chissà quante altre opere che hanno una struttura a incastro con una cornice “situazionale” di collegamento, si inseriscono numerosi racconti o romanzi brevi, di contenuto oscillante tra il racconto gotico tradizionale, il fantasy, l’horror, ma soprattutto il grottesco visto che nessuna delle tonalità appena enunciate si distacca mai del tutto da una evidente connotazione umoristica. Facciamo così la conoscenza di un personaggio dal cinismo troppo spregevole che viene punito lasciando in suo possesso un oggetto dal senso indecifrabile su cui lambiccarsi per l’eternità; di un aspirante chef dal destino sfortunato che, dopo tanti anni di tentativi jellati vede venirgli in soccorso, presso un casolare di campagna comparso dal nulla e divenuto subito un ristorante, una combriccola di bizzarri personaggi, composti un po’ da figure che gli erano comparse in sogno e un po’ da persone già defunte; di un giovane e nevrotico serial killer, divenuto tale esclusivamente per vendetta d’amore che, preso un treno per uccidere la sua ultima vittima, scoprirà per tramite di questa che le cose non stanno esattamente com’egli aveva sempre pensato; di una casa buia, abbandonata ed inquietante in cui chiunque entri ne esce trasformato per sempre in qualche aspetto della propria vita; di un ex scrittore di fantascienza malato di Alzheimer che perde molti dei propri ricordi ma, pur non scordandosi di suo figlio, ne trasfigura la storia rendendolo, da banale fioraio, astronauta di fama mondiale; di un medium destinato a non essere mai preso sul serio, quasi da nessuno, perché racconta di aiutare i fantasmi di suicidi a superare i loro drammi irrisolti per poter meglio riposare per l’eternità; di un giovane che viene spacciato per l’autore di un libro, in realtà scritto da altri, e finisce per presenziare in tv alla presentazione di quest’opera, in un programma che ben presto evolve in un terribile processo in diretta all’autore, visto che in esso si narrano, in realtà, tutti i peggiori misfatti ch’egli ha commesso in vita; di un uomo che si rende conto che quasi ogni cosa che fa non lascia alcuna conseguenza e scopre così di essere un “uomo/nulla”, salvo che forse ci sono delle eccezioni che dovrà impegnarsi per scoprire; di un bimbo di mille anni ma sempre dalla foggia di un poppante che ha il super-potere di sbriciolare, in tutto o in parte, le vite o almeno le certezze di chiunque voglia… e molte altre situazioni di respiro più breve nascoste tra le pagine di questo libro, dalla mole apparentemente impegnativa ma dallo stile brioso e accattivante. Già, lo stile: se quest’opera ha un valore certamente significativo per COSA racconta, e in tal senso ciò che più la distingue è aver saputo sublimare il reale nel grottesco, gli eventi che possono accadere a ciascuno di noi in chiave sovrannaturale in modo da conferirgli, a volte anche solo per questo motivo, una connotazione ironica e umoristica, ha un valore ancor superiore per il MODO con cui lo racconta. Sono davvero notevoli, quasi difficili da credere per un esordiente quale è Daniele Bianco (anche se questo lavoro è il frutto di tanti anni di scrittura, è così fresco e uniforme da sembrare scritto integralmente oggi) sia lo stile lessicale e narrativo, sia la struttura complessa e ambiziosa ideata per quest’opera, ossia l’ “incastro” quasi tarantiniano di un racconto dentro l’altro, tanto che in certi passaggi, a saperli ben scorgere, i personaggi di alcuni racconti vengono citati mentre se ne stanno sviluppando altri, e le rispettive vicende vengono talvolta subliminalmente collegate. Bianco ha qualcosa di Rodari nelle invenzioni continue, briose e umoristiche; qualcosa di Tarantino nella struttura, come detto; qualcosa di Ammaniti nei toni e nelle situazioni rappresentate, nella tensione tra il faceto e lo spaventoso; qualcosa della Rowling nella prima parte del libro, che tende maggiormente al fantasy. Si parlerà molto in futuro anche di lui, come, a quanto sembra dall’opera prima, meriterebbe? Uno di quei libri che esaltano il lettore, finiscono troppo presto, fanno venire voglia di leggere altro di questo o di tanti altri autori, e perché no… anche di tentare di scrivere.