Questa è l’America

Questa è l’America

Gli Stati Uniti sono un Paese vasto, con molte problematiche che in realtà sono spesso diverse dagli stereotipi con cui guardiamo ad essi. Uno dei grandi problemi che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi decenni è stata la dipendenza da farmaci antidolorifici di derivazione oppiacea che provocavano numerose morti per overdose, prima nelle aree rurali e poi anche nelle grandi città; a questo punto il fenomeno cominciò ad essere portato a conoscenza dell’opinione pubblica americana. Medici compiacenti, case farmaceutiche che pompavano la pubblicità di oppiacei (che venivano assunti spesso senza corrette informazioni da parte dei sanitari e quindi, grazie anche alla leggera euforia che provocavano, si eccedeva nell’uso senza avere consapevolezza dei rischi) hanno creato un vero fenomeno sociale che, nel periodo tra il 1999 e il 2018 ha causato la morte di circa 800.000 persone, complice il fatto che “la cultura americana preferisce da sempre una certa ingenua e avventuriera incoscienza (soprattutto quando si tratta di inseguire qualche comodità in più)”. Negli ultimi anni la tendenza ha subito una discreta inversione, favorita da alcune leggi del bilancio che hanno stanziato decine di miliardi per formare medici e personale sanitario e creare strutture di accoglienza/riabilitazione per questo tipo di tossicodipendenza. Un’altra caratteristica forse ai più sconosciuta è la scarsa fiducia che gli americani, in generale, ripongono nel governo federale (Casa Bianca e Congresso). Le ragioni sono più d’una. Anzitutto la grande vastità del Paese (2 fusi orari, 10 regioni climatiche diverse). Negli anni dei pionieri che si inoltravano in regioni sconosciute e creavano minuscoli villaggi, l’unica autorità statale era rappresentata dagli sceriffi e gli abitanti si consideravano auto-sufficienti, con uno Stato centrale così lontano, in più di un senso. A questo si aggiunga la cultura della libertà che vive in ogni americano, per il quale pagare meno tasse e fare ciò che vuole della proprietà che possiede, è quasi un obbligo morale: d’altra parte, è ben vero che la cultura imprenditoriale americana si muove sui binari della libertà d’impresa e del mito del self-made man. Oltretutto, il giovane Paese che era appena uscito dalla tirannia dell’oppressiva Corona inglese, non aveva certo la volontà di creare uno Stato centralizzato. Significativo è stato il discorso di insediamento di Ronald Reagan. “Il governo non è la soluzione al nostro problema. Il governo è il problema”. Da questo momento in avanti l’obiettivo della destra diventa quello di “ridurre le dimensioni del governo federale e soprattutto il suo ruolo nella vita pubblica”...

Francesco Costa, giovane giornalista catanese, è vicedirettore de “Il Post”. Laureato in Scienze Politiche, dal giugno 2015 cura una newsletter e un podcast sulla politica statunitense. Per la cronaca delle ultime presidenziali (ha seguito Trump in alcune delle tappe del suo tour elettorale) gli è stato assegnato il Premio Internazionale Spotorno Nuovo Giornalismo nel 2016. Il saggio oggetto di questa recensione, ben strutturato in capitoli, ognuno dei quali si apre con un particolare avvenimento che si universalizza poi in un’ottica più generale di una specificità americana, prende in esame attitudini risapute e altre meno conosciute. Il razzismo è certamente una caratteristica (si può azzardare endogena?) che vive e prospera da 250 anni in un Paese che di anni ne ha 300. Non è possibile parlarne senza citare George Floyd e le manifestazioni che in questi giorni si stanno susseguendo in tutti gli Stati Uniti e l’atteggiamento della polizia che, anziché abbassare toni e manganelli, lancia proiettili di gomma e gas lacrimogeni, e sbatte a terra, spaccandogli la testa, un uomo di 75 anni con protervia e, ancora, con una violenza voluta e non necessaria. Nonostante le buone intenzioni con cui i Padri fondatori scrissero sulla Dichiarazione d’Indipendenza (1776) “Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti; che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità...”, la Storia ci mostra ben altro. Paese strano l’America, che ha difeso il “diritto” alla schiavitù attraverso una guerra fratricida che ha fatto centinaia di migliaia di morti, da una parte e dall’altra. Ciò che colpisce è che si è trattato e ancora si tratta di razzismo ratificato, statale, strutturale. Nonostante la legge sui diritti civili sia stata promulgata nel 1964, ancora oggi l’accesso alla sanità, alle scuole migliori, la giustizia giusta sono difficili scalate per un afroamericano. I neri, in questa terribile pandemia, nello stato di New York sono stati i più colpiti insieme agli ispanici, perché appartenenti a quella porzione di popolazione che svolge lavori essenziali e che, di conseguenza, non ha potuto osservare lo “stay home” del governatore Cuomo. La strada è ormai segnata, “a new day has to come”? Possiamo garantire che “Black lives matter”? Tutti gli uomini e le donne di buoni sentimenti se lo augurano, nonostante segnali poco rassicuranti si intravedano qua e là per il Paese: in una gara della formula Nascar, dove solo un pilota è di colore, si sono viste bandiere confederate sventolare insieme a quella degli Stati Uniti. Ci vorrebbe un Presidente, uno vero.



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