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Ragazza, donna, altro

Londra. Amma cammina lungo il belvedere del fiume che divide a metà la città. Quella sera debutterà al National Theatre con il suo spettacolo L’ultima amazzone del Dahomey. Le fa ancora effetto pensare che ormai fa parte dell’establishment. Lei. Che da giovane, insieme a Dominique, sua amica, socia e braccio destro, ha militato per anni contro la produzione teatrale mainstream con proteste a forte impatto simbolico. Come quando, con le loro voci tonanti da attrici, urlavano dalla platea per protestare contro spettacoli che urtavano la loro sensibilità politica. Amma si ricorda ancora di quella volta che rovesciò una pinta di birra in testa a un regista che faceva correre ragazze nere seminude sul palcoscenico come delle sceme. Vorrebbe condividere il momento della prima con Dominique. Dominique, che ormai se n’è fuggita in America da tempo. Si sono conosciute negli anni Ottanta, a un provino per un film ambientato in un carcere femminile (e dove, se no?). Rassegnate dal vedersi proporre sempre parti di schiave o prostitute, senza comunque ottenerle, si sono ritrovate in un baretto di Soho – prima che diventasse “una colonia gay modaiola” – a inveire contro la sorte. Dominique le dice che dopo essersi inventata le peggio storie di abusi domestici per trovare dall’assistenza sociale un posto dove stare, si è iscritta a una scuola di teatro. Era l’unica nera di tutta la scuola. Dominique voleva sapere perché i ruoli maschili di Shakespeare non potevano essere interpretati da donne, per non parlare dei ruoli riservati ai bianchi. Sei qui per fare teatro, non politica, le dice il direttore del corso. Gli altri allievi tacevano. Dominique si è resa conto di essere sola. Amma le dice che è figlia di una mezzosangue e di un ghanese. Suo padre non sa che lei è lesbica. Suo padre era giornalista e si batteva per l’indipendenza del Ghana – ha preso da lui il suo spirito battagliero – ma per paura di venire arrestato se l’è svignata in Inghilterra a lavorare per le ferrovie. È un socialista che auspica la liberazione degli uomini. Uomini in senso letterale. È un patriarca, che ride alle battute omofobe e sessiste che sente in tv. “Amma, tuo padre è nato uomo in Ghana negli anni Venti, tu sei nata donna in Inghilterra negli anni Sessanta”. “E con questo?” Dopo aver bevuto fine a notte fonda, decidono di fondare la loro compagnia teatrale, Le Donne della Foresta… Questa sera, al Theatre ci sarà Shirley, la sua più vecchia amica d’infanzia, che nonostante sia il suo opposto (etero, borghese, noiosetta insomma) ha sempre accettato la sua omosessualità ed è sempre stata disponibile a fare da baby-sitter a Yazz, sua figlia. Ci sarà anche Yazz ad assistere alla prima. Ad Amma manca sua figlia Yazz: da quando è andata a fare l’università fuori, “la casa ha un respiro diverso”…

Nel 2019, con Ragazza, donna, altro la scrittrice britannica Bernardine Evaristo riceve il prestigioso Man Booker Prize for Fiction, il premio letterario britannico meglio noto come Booker Prize, a pari merito con Margaret Atwood che concorre con I testamenti (secondo capitolo de Il racconto dell’ancella). Trionfano ex-aequo due opere con al centro la donna e la condizione femminile rappresentata attraverso due strategie narrative differenti, seppur ugualmente potenti. Se Atwood preconizza la deriva di oppressione della donna attraverso la costruzione di una futura società distopica, Evaristo dà voce a un nutrito numero di personaggi attraverso un romanzo polifonico e stilisticamente sperimentale che guarda al presente e al passato. Il libro della scrittrice e drammaturga, nata a Londra nel 1959 da padre nigeriano e madre inglese, può essere definito un monumento all’inclusività: European blackness, questione di genere e di classe, razzismo, femminismo, immigrazione, maternità, sessualità, gap generazionale, identità queer. Tanti e tali sono i temi affrontati per rendere centrale e visibile un’alterità troppo spesso tenuta nell’ombra dalla narrativa mainstream. Il titolo è indice di questa apertura di rappresentazione: si parla sì di donne e di ragazze ma anche di altro, dove “altro” abbraccia e include una moltitudine di umanità. Il libro si divide in cinque parti, ognuna composta da tre capitoli interamente dedicati a un unico personaggio. I dodici personaggi coprono uno spettro assai ampio di umanità e di personalità. La più giovane ha diciott’anni, la più anziana ne ha novantatré. I personaggi sono lesbiche dichiarate, latenti omofobe, razziste, non binarie, bisessuali non dichiarate, eterosessuali, immigrate e donne delle pulizie laureate in matematica, ragazze madri, vicedirettrici di banca, padri gay… Per definire il suo stile sperimentale, Evaristo ha coniato un neologismo: fusion fiction. Ogni capitolo può essere letto come un romanzo a sé stante e al tempo stesso è intimamente legato agli altri in una fusione di trame che rende la lettura scorrevole, unitaria e coinvolgente. C’è fusione anche di generi. Basta uno sguardo per capire di stare leggendo qualcosa di differente: il testo procede con la soppressione della punteggiatura e attraverso degli “a capo” che enfatizzano espressioni e parole. Il risultato è una successione di paragrafi ondulatori che traduce tipograficamente l’onda narrativa coinvolgente delle storie. È poesia in prosa, prosa poetica. Ragazza, donna, altro è un romanzo sagace che riesce ad addentrarsi in una moltitudine di temi senza mai scadere in banale retorica, ma anzi dimostrando spesso forte ironia, intelligenza e audacia nell’affrontare temi tabù con tocco deciso o delicato, mai ipocrita.