Ratman

Ratman

Ratman è un uomo ancora abbastanza giovane, sui trent’anni, che vive in una bella casa con la madre anziana e svolge un lavoro non pienamente gratificante. È la condizione di molte persone che hanno sprecato gli anni della prima giovinezza senza compiere niente di significativo, non essendo riusciti a imporsi a livello professionale e non avendo avuto abbastanza coraggio per farsi una propria famiglia. Ma nella vita del protagonista c’è stato un ulteriore motivo di umiliazione: aveva un padre ricco e affermato, ma alla sua morte la totale mancanza di capacità dirigenziali lo hanno costretto a vendere l’azienda di famiglia al dipendente più qualificato, Mr. Jones. Questi gli ha assicurato un posto da semplice impiegato, affinché non gli venga mai a mancare il sostentamento economico, è il mimino che il nuovo proprietario poteva fare per onorare la memoria del suo vecchio datore di lavoro e maestro negli affari. Un giorno la madre di Ratman – una donna tradizionalista, insoddisfatta a tal punto delle capacità del figlio da non nascondergli il suo risentimento – gli chiede di eliminare una famigliola di topi che si sono abituati a vivere nella parte anteriore del loro grande giardino. Il protagonista sa bene come fare: li farà entrare nella vasca vuota della fontana e la riempirà d’acqua per annegarli. Ma quando i ratti, madre e piccoli, stanno per trapassare a miglior vita, la pietà che prova nei loro confronti lo spinge a risparmiarli. Inizia da questo momento una lunga amicizia che rende Ratman una sorta di signore dei topi, costantemente impegnato ad addestrarli per utilizzarli ai suoi fini, in particolare per punire le persone come Jones che non nascondono il disprezzo nei suoi confronti. In breve tempo il protagonista si trova a guidare un folto gruppo di piccoli servitori, tutti con la coda pelosa, la caratteristica che secondo lui denota una particolare intelligenza. Il suo preferito è Socrate, probabilmente uno dei figli della prima signora ratto da lui strappata alla morte, che nei confronti del suo padrone rivela non solo fedeltà come i suoi simili, ma anche un’indiscussa affinità emotiva…

Ispirato alla leggenda de Il pifferaio di Hamelin, in Ratman - uscito nel 1968 con il titolo originale di Ratman’s notebook - il romanziere irlandese Stephen Gilbert rivela fino a che punto può giungere la simbiosi tra uomo e animale, specialmente in un soggetto come il protagonista penalizzato da una vita solitaria, condotta nel risentimento a causa dell’incomprensione dei suoi simili. Affezionandosi ai ratti e cominciando a conoscerli talmente in profondità, da comprenderli come se fossero umani, l’impiegato finisce per allontanarsi definitivamente dalla società. Il momento in cui il suo declino emotivo – raccontato nell’opera nello stile delle annotazioni di un diario – assume una forma irreversibile è con la morte della madre, con la quale da tempo aveva un rapporto superficiale incrinato da un rancore represso; non aveva il coraggio nemmeno di ammetterlo a se stesso, ma probabilmente attendeva con ansia di liberarsi del peso dell’anziana donna, che lo aveva sempre ritenuto inferiore al padre. Seguono i primi problemi economici e la malsana idea di impiegare i suoi amici ratti non solo per punire i vili, come il datore di lavoro Jones a cui Socrate e compagni rovinano le gomme della macchina, ma anche per rubare a chi ha avuto troppo dalla vita. Ratman appare un disadattato, un uomo penalizzato da un forte pessimismo – spiega che le donne lo guardavano con maggiore interesse quando era vivo il padre, perché sapevano che aveva più soldi –, ma in realtà è solo un essere umano che ha bisogno di dare e ricevere affetto e, non trovando riscontro nemmeno nella madre troppo egoista e ipocrita, finisce per dedicare tutto se stesso agli unici che gli dimostrano riconoscenza, i suoi ratti. Dal romanzo sono state tratte due pellicole in cui oltre alla storia, si ricostruisce la complessa e psicotica personalità di Ratman. Willard e i topi di Daniel Mann del 1971 è un interessante vicenda horror che riesce a tenere l’attenzione dello spettatore vigile fino agli ultimi minuti, a cui seguì nel 2003 Willard il paranoico di Glen Morgan. Sempre ispirato all’opera di Gilbert è anche un horror di scarsa qualità, L’invasione degli Ultratopi di Andy Milligan, uscito nella sale americane nel 1972, sulla scia del successo dell’opera di Mann. Stephen Gilbert nacque in Irlanda nel 1912. Dopo aver ricevuto una decorazione a onore per le sue gesta durante il secondo conflitto mondiale, nel dopoguerra si dedicò al commercio agricolo di famiglia. Fu un convinto sostenitore del disarmo nucleare. Il suo libro Bombardier è considerato una delle opere più significative sulla seconda guerra mondiale.



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