Razza partigiana

Razza partigiana

Dalle testimonianze di amici, compagni di scuola e commilitoni, viene ricostruita la breve e intensa vita di Giorgio Marincola, nato in Somalia nel 1923 da madre africana e da un sottufficiale dell’esercito italiano, originario di Pizzo Calabro. Fatto abbastanza inusuale nell’Italia colonica, Giorgio viene riconosciuto dal padre poco dopo la nascita e registrato a Mogadiscio. Sarà presto sottratto alla madre naturale e riportato in Italia assieme alla sorella minore Isabella, per essere affidato alle cure di Elvira Floris, sorella di un commilitone sardo, che il padre Giuseppe sposerà al suo rientro in patria. Giorgio costruisce il suo spirito antifascista a Roma, ispirato da Pilo Albertelli (1907-1944), suo professore di Storia e filosofia al liceo classico Umberto I. Essere mulatti nell’Italia degli anni trenta è una condizione difficile, giacché il “catechismo” fascista, pubblicato per le scuole in tre volumi, dedica un intero tomo alla razza, spiegando chiaramente che “il meticcio, ossia il figlio di due individui dei quali uno è di colore, è un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e incline ai vizi più riprovevoli”. Conclusa la scuola Giorgio si dedica alla medicina, con l’intento di tornare in Somalia, ma i primi bombardamenti su Roma lo portano nel viterbese, dove agiscono bande partigiane. A Roma liberata tornerà volontariamente a combattere, facendo parte della missione Bamon, incaricata di compiti di sabotaggio ed informativi, oltre che di protezione di infrastrutture nella zona lombarda. Catturato durante un rastrellamento nella provincia di Biella, viene incarcerato e poi deportato nel campo di concentramento nazista di Bolzano. Rilasciato alla fine di aprile, decide di non recarsi in Svizzera con la Croce Rossa, dove avrebbe trovato la salvezza, ma torna tra i partigiani operanti della Val di Fiemme. A guerra già finita, Giorgio Marincola, impegnato con altri compagni nel disarmo di truppe nemiche in ritirata, muore falciato da una raffica tedesca in un agguato a tradimento...

Ricostruire la vita di una persona semplice, di uno spirito puro e sincero come quello di Giorgio Marincola è stato di certo un compito arduo. Non tanto per la difficoltà nel rintracciare documenti e testimonianze, quanto per la sensibile fatica nel calarsi, come un attore, dentro un personaggio storico reale e dal destino tragico come fu quello di Giorgio. La sua vita prende da subito una direzione obbligata. Colpevole d’essere nato da una madre africana, colpevole d’essere scuro di pelle, persino tra gli alleati non potrà facilmente agire, troppo riconoscibile tra genti dalla carnagione bianca. Eppure, la sua coerenza nel sentire una patria come una cultura comune, una libertà e una giustizia comuni dovrebbero essere un valido esempio per chi, oggi, vive e agisce in nome di un popolo, in nome di un ideale. Si dice “la guerra è guerra”, ed è una giustificazione valida per qualsiasi atto violento, per qualsiasi gesto vigliacco. Non si dice mai abbastanza che la guerra è inutile, che genera odio, che produce rancore, che nutre vendetta. Le decisioni di Giorgio spiazzano, perché prendono sempre la strada più complicata, più difficile. Quando avrebbe potuto decidere della sua personale salvezza, volta le spalle alla tranquillità e torna nel caos della guerra, con lo scopo di assicurare a tutti la patria perduta, finendo per perdere la sua vita a guerra finita. Sembra un’assurdità. Lo è, più di quanto possiamo immaginarlo. Nuova edizione aggiornata integrata da un CD con il reading di Wu Ming 2, testi di Wu Ming 2 e di Antar Mohamed, e il racconto del viaggio in Italia del libro – dalla sua prima uscita (2008) a oggi – per raccontare le gesta di questo eroe all’interno di scuole, sedi dell’ANPI, centri sociali e dopolavori.



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