Resina

Resina
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Jens Haarder ha insegnato a sua figlia Liv che se uccidi qualcuno al buio gli eviti di soffrire. Per questo i conigli che finiscono nelle trappole durante la notte non provano dolore e per questo quando Jens ha soffocato la nonna di Liv con un cuscino, la notte della vigilia di Natale, neppure lei ha sofferto. Ha agitato un po’ le gambe e basta. Liv lo sa, era nella stanza bianca a guardare. Hanno messo la nonna sulla poltrona davanti all’albero, il giorno di Natale, così ha festeggiato con loro e Liv ha avuto il permesso di aprire i regali a lei destinati. Le dispiace che la nonna sia morta, l’aveva appena conosciuta, faceva dei buonissimi pancakes, se solo non fosse arrivata a casa per cambiare le cose e intromettersi nelle loro abitudini. Ha cercato di convincere Jens a lasciarle portare via Liv e farle frequentare la scuola sulla terraferma, per farle conoscere altri bambini. Un’idea spaventosa. Ha quasi sette anni Liv e tutto ciò che sa lo ha imparato da suo padre: pescare, scuoiare i conigli, intrufolarsi di notte nelle case e prendere ciò che serve, raccogliere la resina. Maria, sua madre, le ha insegnato a leggere e scrivere, per questo non ha bisogno della scuola. Gli Haarder vivono a Hovedet, chiamata la Testa, un’isoletta di cui sono gli unici abitanti. Attraverso una striscia di sabbia, Halsen o il Collo, possono raggiungere la terraferma e la cittadina di Korsted, dove Jens vende alberi. Ma è bene essere prudenti in quel posto, la gente è pericolosa e il mondo fuori dall’isola è una “minaccia indefinita” che può togliere loro tutto ciò che hanno, portare via Liv e buttare ogni cosa accumulata con tanto amore…

“Il mondo di Jens Haarder non era governato dagli stessi sistemi e dalle stesse regole a cui si appoggiavano normalmente gli uomini”. Jens è un accumulatore e vive nell’ansia costante che qualcuno gli porti via tutto. In quel tutto si trova lo specchio rotto raccolto in discarica e allo stesso modo sua figlia Liv. Niente deve abbandonare Jens, ogni cosa è necessaria e fa parte di un tutto, chi non possiede la sua visione d’insieme è pericoloso e va allontanato. In questo romanzo inquietante e sinistro è la narrazione dal punto di vista di Liv a turbare il lettore. Senza avere mai conosciuto il mondo esterno a Hovedet, senza sapere come vivono gli “estranei”, per lei ciò che fa il padre è normale: accumulare, rubare, uccidere. Gli occhi della bambina rendono la vita di questa famiglia isolata e disfunzionale quasi romantica. Jens è un padre saggio e protettivo, Maria è una madre intelligente e dolce, la sola a porsi dubbi sulla loro condizione: “Non so se definire la nostra vita una fiaba o un incubo”. Pagine macabre e pagine piene di tenerezza si susseguono, impossibile non restarne invischiati, proprio come un coleottero resta avvolto dalla resina sul tronco di un albero. Quella resina profumata, guaritrice e protettrice che Jens raccoglie e custodisce dentro i bidoni della rimessa, insieme a tutte le sue cianfrusaglie. La danese Ane Riel ha creato un’opera letteraria difficile da incasellare in un genere. Resina ha alcuni elementi horror e alcuni elementi thriller, ma è soprattutto un romanzo psicologico, che racconta come una famiglia che perda il contatto con la realtà a causa di isolamento e paura, possa sviluppare dei codici di comportamento propri. Il disturbo da accumulo di Jens e le sue paranoie risucchiano gli Haarder, che non riescono a opporsi. È Jens la resina che per proteggere imprigiona. A settembre 2019 è uscito il film Harpicks (Resin), ispirato al libro, con la sceneggiatura di Bo Hr. Hansen, che ha cercato di sottolineare gli aspetti insani di un amore distruttivo, e la regia del neozelandese Daniel Borgman, che dà ampio spazio agli aspetti più surreali e visionari dell’opera.



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