Ricordati di Bach

Ricordati di Bach

Cecilia è sdraiata su qualcosa di scomodo, ha una luce accecante puntata sul braccio sinistro e diverse facce la scrutano da dietro mascherine bianche e le chiedono se sia in grado di ricordare alcunché. In realtà la sua mente è attraversata soltanto da qualche sfuocato brandello. Ricorda il cruscotto dell’auto, guidata dalla madre, che oscilla in maniera pericolosa, i fari delle auto che sopraggiungono in senso contrario, uno schianto e il rumore di vetri in frantumi. Poi il buio, densissimo. Un malessere fastidiosissimo la sta invadendo, poi sente se stessa lamentarsi e qualcuno spiegarle che si trova all’ospedale di Pisa. Fa molto caldo in quell’ospedale; è la fine di maggio e c’è solo un ventilatore con le pale attaccato al soffitto che gira lentamente. Un medico spiega a Cecilia che presto le aggiusterà il braccio; utilizza proprio quel verbo, “aggiustare”, e a Cecilia viene in mente quando da piccola aggiustava le sue bambole. L’operazione al braccio è lunga, di esito incerto e richiede un’anestesia piuttosto potente. Poi, una volta conclusa, un’armatura di gesso, che parte dalla metà della mano sinistra ed arriva alla spalla e poi all’ombelico, racchiude Cecilia come fosse un maglione e la costringe a tenere il braccio sollevato e piegato ad angolo. La piccola è costretta a convivere per oltre due mesi con quell’armatura che la costringe a restarsene, al mare, in solitudine sotto un ombrellone piantato nella sabbia ad osservare il mondo esterno. Vede la madre aggirarsi tra i vicini di ombrellone, raccontare le vicende legate all’incidente e assicurare che la figlia guarirà in pochi mesi. Ma la realtà è piuttosto diversa: quando finalmente le tolgono il gesso, la mano sinistra è come morta ed il dolore è fortissimo. Il chirurgo che l’ha operata spiega che il suo nervo radiale è gravemente danneggiato, che ha tentato di ricostruirlo e che, molto probabilmente, la sua funzione è compromessa. Si dovrà cominciare con un periodo di terapia intensiva a Tirrenia, per stimolare il nervo e rinforzare i muscoli della mano, poi si vedrà…

La vita è davvero strana. È piena di deviazioni, sbarramenti, svolte, battute d’arresto e ripartenze che fanno di ciascuna persona ciò che, forse, mai avrebbe pensato di essere. È così anche per Cecilia - protagonista dell’ultimo romanzo di Alice Cappagli (per trentasette anni violoncellista nell’orchestra del Teatro alla Scala) dichiaratamente autobiografico, che offre al lettore la storia del suo profondo legame, iniziato un po’ per caso, con la musica, diventata poi fedele ed esigente compagna di vita della scrittrice e musicista - che ad otto anni, in seguito ad un incidente, vede compromesso per sempre il nervo della sua mano sinistra, che diventa così una “mano di frolla” tutt’altro che collaborativa. Una visita a casa della zia segna la svolta per la piccola Cecilia: la bambina trova un vecchio violoncello, appartenente al nonno, e subito scatta in lei il desiderio di imparare a suonare quello strumento. Entra in un conservatorio, uno di quelli seri e stimati, e lì impara - insieme al solfeggio e alle scale armoniche - la fatica, lo scoraggiamento, il dolore dei polpastrelli segati dalle corde dello strumento musicale, il fastidio alla schiena e alla mano nel tentativo di educarla e, anche, di sfidare le sue limitazioni. Ad accompagnarla in questo percorso fatto di salite e discese, successi e fallimenti, un maestro sui generis, un uomo burbero, eclettico, fuori dagli schemi e carismatico, una persona sfrontata e spericolata, un grande scommettitore che punta su di lei, esattamente come si fa su un cavallo dato per vincente, e non cede di un millimetro, perché non vuole perdere. Un maestro che le insegnerà, insieme a come rapportarsi con il violoncello, anche come affrontare la vita. È la storia di un grande amore, inatteso ed improvviso, raccontato come se si trattasse di uno spartito musicale, dove vibrazioni, balzelli e note concorrono all’armonia delicata dell’insieme. È un racconto che parla di coraggio e determinazione, di resilienza e di precarietà – “E mi tenni la corda rotta per ricordarmi che la precarietà, nella musica, è universale come nella vita”, confessa una ormai adulta ed affermata Cecilia – di concretezza e sogni, di voglia di farcela e di perseveranza. Una storia piena di riscatto ed armonia, che celebra il potere salvifico della musica, capace di esaltare la bellezza e di rendere maggiormente sopportabile ogni dolore o bruttura.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER