Ricordati di vivere

Ricordati di vivere

Tutto comincia a tavola, in cucina. È qui che, nei freddi inverni milanesi del primo dopoguerra, si leggono ad alta voce i classici della letteratura, si ascoltano le commedie alla radio o i dischi di musica classica, ma soprattutto si partecipa a tante discussioni politiche. Il maggiore dei tre fratelli Martelli, Antonio, “nel fatidico 1956 della rivoluzione ungherese” iscrive i minori Paolo e Claudio alla Federazione giovanile repubblicana. Così, a soli 13 anni, Claudio Martelli entra per la prima di innumerevoli volte in una sezione di partito. Dai muri lo guardano severo i ritratti di Mazzini, Saffi, Armellini, Cavour, Garibaldi. Subito dopo c’è l’adesione – sulle prime un po’ titubante, poi via via più convinta – ad una associazione studentesca al liceo e infine l’ingresso alla Statale di Milano, proprio negli anni del mito di John Fitzgerald Kennedy. Nell’università infuria un dibattito vivace: “in un ambiente in cui l’adesione al marxismo, al socialismo, al comunismo era la premessa e il passaporto per discutere alla pari, io non ero né marxista, né socialista né comunista”...

Domina un senso di calma, di serenità tra le pagine di questa autobiografia. E del resto è lo stesso Claudio Martelli a sottolineare nella premessa di non essere “spinto da risentimenti e neppure da nostalgia”: nessun conto da saldare, nessun colpo basso, nessuna vendetta quindi. Anche nelle pagine in cui l’ex enfant prodige socialista argomenta, spiega, si difende, si giustifica (anche troppo, a mio modestissimo parere) dominano i toni garbati. Questo approccio sereno, se da un lato toglie pepe alla lettura, dall’altro consente di guardare a una lunga e complessa stagione di politica italiana con chiarezza e linearità. Oltre ai retroscena sulla vita sentimentale di Martelli (forse la parte più gustosa e sorprendente del libro) spiccano le figure di Pietro Nenni (un gigante di ideali e moralità in balia delle trame interne al PSI), di Bettino Craxi (un animale politico dalle grandi intuizioni ma troppo visceralmente anticomunista), di Giovanni Falcone (un fine intellettuale e stratega incompreso dai colleghi magistrati): per ognuno di loro – con le dovute differenze – nel bilancio comunque più luci che ombre. Meno luminoso francamente l’elogio della realpolitik e del machiavellismo che fa capolino qua e là lungo il libro. In questi tempi di furori antipolitici può passare per una scelta di campo coraggiosa: a noi è parsa solo una resa all’idiozia dilagante.



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