Ritorno a Birkenau

È il 16 aprile 1944. Quando il treno finalmente si ferma, Ginette ha l’impressione di aver dormicchiato per tutto il tempo. Ma quanto tempo? Le dicono tre giorni e tre notti. Insieme a lei hanno viaggiato, tra penombra e fetore, il padre, il fratello Gilbert ed il nipote. Sono saliti alla stazione di Bobigny sul quel treno merci nel quale sono stati spinti con violenza, tra grida, ordini ed urla. Al momento di scendere, c’è chi vorrebbe prendere il proprio magro bagaglio, ma i soldati lo impediscono, torcono braccia, spingono, urlano ancora. Qualcuno dice che verranno portati nel campo a piedi, anche se è lontano. Ci sono però dei camion per i più stanchi e subito Ginette pensa a suo padre, molto dimagrito, e a Gilbert che è ancora piccolo, ha solo dodici anni. Li invita a salire sul camion, se non altro non dovranno farsela a piedi. Non li bacia e i due spariscono. Sul marciapiede qualcuno urla che gli uomini devono disporsi da un lato e le donne ed i bambini dall’altro. Ginette prende il nipote accanto a sé, ha quattordici anni ed è ancora un bambino. Ma lui si è fatto degli amici sul treno, ragazzi un po’ più grandi, e vuole rimanere con loro. Ginette lo capisce - lei al suo posto avrebbe fatto lo stesso - e lo lascia andare, senza baciarlo. Vengono divisi in cinque file e passano a turno davanti a soldati che li smistano. Ginette può camminare, non deve salire sui camion; viene a sapere di essere a Birkenau, in Polonia. Da lontano scorge del fumo e pensa si tratti della ciminiera di una fabbrica. Vede in lontananza donne che lavorano, ma più si avvicina e più le paiono strane, calve e troppo magre, sembrano matte e guardano i nuovi arrivati con occhi persi. Dopo un chilometro di marcia entrano in un edificio. C’è un grande stanzone con dei tavoli, dietro ai quali alcune donne intimano alle nuove arrivate di spogliarsi. Ginette ora è in biancheria intima e spera che vada bene così, ma c’è chi la incita a continuare. Schnell! Schnell! Ginette slaccia il reggiseno e fa scivolare le mutande, avanza verso il tavolo dove una delle donne le prende il polso e le tatua un numero di matricola. C’è chi urla di dolore e chi per lo spavento; Ginette invece non sa neppure se ha sentito male, tanto è forte e cocente in lei la vergogna di essere nuda…

“Non bisogna tornare a Birkenau in primavera. Quando i bambini giocano sugli scivoli, nei giardini delle casette che costeggiano le rotaie in disuso che portavano al campo e alla sua funesta fermata d’arrivo, la Judenrampe”. No, non si deve tornare in primavera, perché in quella stagione il paesaggio, anche a Birkenau, diventa bello. E “bello” è un aggettivo che stona con il racconto di Ginette Kolinka (scritto a quattro mani con la giornalista Marion Ruggieri), racconto di una sopravvissuta che - dopo aver riposto per cinquanta anni l’orrore di quei giorni in un cassetto chiuso a chiave a doppia mandata - ha deciso di testimoniare quel terribile capitolo di Storia, facendosi memoria ed accompagnando i ragazzi delle scuole in visita a Birkenau, il campo di sterminio in cui è stata rinchiusa durante un’altra primavera, quella del 1944. È il racconto di una diciannovenne che arriva in Polonia su un carro bestiame stracarico, tra buio, chiavistelli, paura e cattivo odore. Ma Ginette è giovane ed ottimista, pensa di essere stata portata lì per lavorare e sente che andrà tutto bene. Purtroppo, non sarà così: lì tutto è violenza, sporcizia, debolezza, umiliazione. Nella stessa stanza in cui vengono espletati i bisogni corporei si cucina, le ossa del bacino diventano sempre più sporgenti, si nascondono pezzi di pane durante la notte e spesso non li si ritrovano al mattino, la fame è l’unico pensiero fisso. Oggi le baracche a Birkenau sono vuote e ben pulite - non attrezzate come Auschwitz, una sorta di museo in cui è possibile vedere vestiti e bagagli dei prigionieri - e per capire, sentire, vedere l’orrore è assolutamente necessaria la presenza di chi quell’orrore lo ha vissuto sulla propria pelle e ne conserva la memoria. C’è tanta sofferenza nella testimonianza di Ginette e c’è rimorso per chi non ce l’ha fatta, ma c’è anche la volontà di non dimenticare e la forza di raccontare di un paesaggio meraviglioso macchiato di sangue, di morte e crudeltà. Un breve racconto che entra nei dettagli, commuove e ferisce. Una lettura per chi non ha intenzione di nascondere la testa sotto la sabbia, per chi ha ancora voglia di farsi domande e cercare risposte e per chi è ancora capace di indignarsi.

 


 

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