Romanzo egiziano

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Passare dalla campagna a cielo aperto, fra trattori, campi coltivati e mucche, dove ti senti un re, ai condomini di città non è facile. Lo è ancor di meno se, come accade ai fratelli Castil, sei stato cacciato dal kibbutz per avere idee filo staliniste non in linea con il sionismo socialista d’inizio anni ’50. Per gli ebrei egiziani Charlie e Viviane, Vita e Adele, è l’ennesimo trasferimento, dal Cairo al kibbutz, a una Tel Aviv in piena espansione edilizia. Tutto cambia da un momento all’altro. Bisogna trovare un lavoro, prendere l’autobus per spostarsi, fare economie per mantenere le figlie. Mentre Charlie s’intristisce nel vedere giorno dopo giorno sbiadire i propri sogni, il socialismo e la costruzione di una terrazza per curare le amate piante, tocca a Viviane, che mostra di possedere oculatezza finanziaria e spiccato senso pratico che fanno difetto al marito, fare andare avanti la casa. Al bel Vita e a Adele le cose sembrano andare meglio, hanno ottimi lavori e una discreta agiatezza, ma alla fine il destino con loro si rivela assai duro, portandogli via la giovane “figlia unica” malata di diabete. Con la scomparsa dei due fratelli, gradualmente i legami famigliari si allentano, ognuno si chiude nella propria sfera privata, in special modo la “figlia grande” di Viviane, ben presto separata dal marito e in rotta con i parenti…

Quel che colpisce di Romanzo egiziano è lo stile formale con cui è costruito. È sì un romanzo, ma può essere letto come un libro di racconti, corrispondenti ai singoli capitoli dotati di una propria autonomia diegetica. Non solo, la narrazione è chiusa in un tempo misto avvolgente, nel quale avvenimenti di periodi diversi - dalla Spagna del 1492 all’Egitto di re Faruk, allo Stato d’Israele dagli anni ’50 al nuovo millennio – s’intrecciano tra di loro senza seguire nessuna linearità cronologica, calati in una sorta di movimento continuo e magmatico. All’interno di una struttura concentrica la storia dei Castil, e di riflesso d’Israele e della diaspora ebraica, è raccontata dal punto di vista delle figure femminili, in particolare di Viviane e della “figlia grande”, attraverso il quale sono filtrati i due temi portanti del testo. La perdita, di luoghi – l’Egitto, il kibbutz, l’Europa desiderata ma lontana simboleggiata dalla nostalgia di Parigi – e di persone, della “figlia unica”, di Charlie e di Vita, e la disperazione che, come malinconicamente chiosa Orly Castel-Bloom, fa più effetto della morte, distruggendo qualsiasi utopia da quella politica a quella sentimentale. È una disperazione che pervade l’interiorità dei protagonisti e l’anima di un intero popolo, condannato a mai trovare pace.

 


 

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