Romulus - Il sangue della lupa

VIII secolo avanti Cristo, Lazio. Le Terre dei Trenta sono nella morsa di una terribile siccità. Non piove ormai da quarantadue giorni. I fiumi sono ridotti a strisce di fango marcio, le piante sono secche e le bestie muoiono di sete. Gli abitanti dei trenta piccoli regni uniti in una Lega sotto la guida di Alba Longa sono disperati. A nulla sono serviti sacrifici, preghiere, rituali. Gli Dei, silenziosi e crudeli, sembrano aver dimenticato il loro popolo. Anche il feroce Spurius, sovrano di Velia, osserva angosciato il cielo azzurro senza una nuvola mentre si prepara ai Lupercalia. È un antichissimo rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta: i ragazzi di Velia, i luperci, vengono radunati in una capanna nudi e terrorizzati. Qui alcuni guerrieri che indossano maschere mostruose li percuotono e insultano, sputano loro addosso. Dopo aver sacrificato agli Dei alcune capre, il re segna con il sangue ancora caldo i ragazzi tremanti che poi a bastonate, tra assordanti urla e rullare di tamburi, vengono spinti come una mandria fuori dal villaggio. Dovranno vivere per sei mesi nei boschi, senza nessun aiuto, affrontando la fame, la sete e le creature che vivono fra gli alberi, quelle naturali e quelle soprannaturali. E tornare vivi, cresciuti, uomini veri insomma. Intanto il re di Alba Longa Numitor, signore dei Trenta Re e protettore delle terre della Lega, è oppresso da foschi pensieri. Invano sua figlia Silvia, vedova del grande guerriero Ascanius – “il Re che non aveva mai regnato” perché morto in battaglia, che ha avuto l’onore di essere sepolto in un tumulo di pietra nel bosco – e madre dei giovani Enitos e Yemos, designati a succedere a Numitor sul trono, cerca di consolarlo. Il Collegio degli Aruspici ha chiesto un incontro dei re della Lega dei Trenta per interrogare gli Dei: è Numitor un sovrano ancora gradito al cielo o gli Dei esigono un cambiamento dal loro popolo? La paura attanaglia Silvia, mentre Numitor la esorta a non piangerlo in anticipo, occorre affrontare la prova con forza e fiducia: non è forse egli il re Numitor?

Al mantovano Luca Azzolini, che nonostante la giovane età vanta già un curriculum letterario significativo nell’ambito del fantasy per adulti e ragazzi, è stata assegnata la novelization della serie televisiva prodotta da Sky Original creata da Matteo Rovere, da lui diretta assieme a Michele Alhaique ed Enrico Maria Artal e sceneggiata da Filippo Gravino, Guido Iuculano e dallo stesso Rovere. Come di consueto in prodotti editoriali del genere, il romanzo di Azzolini segue fedelmente il susseguirsi delle vicende della serie, ma è comunque lettura gustosa e tutt’altro che inutile per il pubblico televisivo perché sviluppa personaggi secondari e narra eventi rimasti a margine della sceneggiatura finale ampliando, di fatto, la trama della serie. Con una maggiore profondità narrativa dunque – ma sempre istintivamente con negli occhi la visionaria crudezza del Romulus televisivo – seguiamo la deposizione di re Numitor e la sua cacciata in esilio, le trame per la conquista del potere da parte di Amulius e della sua feroce sposa Gala, le vicissitudini sanguinarie dei luperci (compreso il reietto Wiros, che costruirà qui, non senza ombre, la propria dignità) in un bosco abitato dal terrore, la lotta di Yemos per riconquistare il suo retaggio regale. Il lavoro di Azzolini è perfettamente nel solco di quello di Rovere, che così ha descritto la sua lettura del mito eterno della fondazione: “La tradizione epica adombra un nodo potente: lo scontro fra l’uomo e la ferinità. Ferinità che può essere esterna, e allora sono la natura e i nemici, oppure (soprattutto) interna, e allora sono le passioni e le paure. L’alterità, insomma, diviene il centro del racconto, un’alterità che l’uomo arcaico teme, divinizza, invoca, esorcizza. E l’eroe emerge dall’abisso delle sue passioni: le domina, addomestica e supera con nuovi valori benigni e magnanimi, i valori “moderni”, che fondano una nuova convivenza”. E anche le coloriture fantasy della serie televisiva si riverberano nella saga letteraria, generando un continuo rimpallo tra reale e onirico che confonde il nostro sguardo inevitabilmente materialista e porta di nuovo in superficie la nostra percezione pre-moderna del mondo attorno a noi, minaccioso, oscuro e misterioso.



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