Rugiada a colazione

Rugiada a colazione

Un fico bianco per amico segreto: è questa una bella fantasia per una bambina della fine degli Anni Trenta che lì sotto, all’ombra del grande albero, ha consumato le migliori merende che ricordi, aspettando un colpo di vento che facesse muovere le fronde, in modo da poter interpretarle come una risposta alle sue domande continue. Tenera la contentezza di ritrovarsi sotto il grande albero che funge come scenario di giochi di bambini, anche per poter continuare a cogliere quei movimenti delle foglie che a volte possono essere simili a battimani felici. Già la cuoca di casa, Iva, canta un ritornello che fa: “i fichi del nostro albero hanno un sapore che non finisce più” ed infatti è sempre pronta a trasformarli in crostate, canditi, caramelle e mille preparazioni diverse. Ma nella fantasia di una bambina di altri tempi, l’apprezzamento di tanta dolcezza è sicuramente minore rispetto alla curiosità che scatena un albero grande e grosso che sembra toccare il cielo con i rami e riuscire a vedere da lassù mondi incredibili. Il fico bianco ha quasi un nome da nativo americano, ma essendo proprio lei, una bambina, la protagonista, non c’è alcun calumet della pace da condividere fumando, ma magari una merenda della pace, quella sì! Anzi, non una sola merenda, quasi un intero ricettario di merende che... vanno fatte assaggiare anche all’albero amico. A cominciare dalla marmellata di albicocche...

Com’era il mondo borghese italiano a cavallo tra le due guerre mondiali? Uno spaccato ci viene proposto in questi ricordi appartenenti a questo libro, a metà tra un racconto di famiglia e un libro di favole. Conoscendone l’autrice, però, probabilmente ci si aspettava un po’ di più di tutte quelle curiosità e quegli approfondimenti a cui proprio Clelia d’Onofrio ci ha abituato, per la sua grande cultura gastronomica e storica e soprattutto per quella sua delicata scelta di termini e informazioni e la capacità di raccontarli e di appassionare chi la ascolta. Di certo la curiosità con cui si guarda intorno in giardino, con cui controlla le operazioni della cuoca in cucina, con cui osserva gli adulti (tutti i suoi parenti riuniti nella grande casa di campagna) e medita sui loro discorsi, in quella che è stata la sua felice infanzia, quel piccolo tour per le vie del centro storico di Ascoli Piceno, sono elementi preziosi, ma tolgono un po’ “il piedistallo al cibo", come in realtà ci si aspetta da lei. Per il resto c’è un racconto colto, tenero, curioso, elegante, durante la cui lettura può coesistere solo uno smisurato sorriso per la fantasia di una bambina che tenta di interpretare le reazioni di un albero al vento, talmente grande da vedere sicuramente tutto il mondo dai suoi rami più alti, che conosce gli altri alberi e le piante del giardino, che mangia rugiada a colazione, ma che dovrebbe assaggiare anche le bontà di tutto quello che esce dalla cucina e dalla trasformazione di ogni frutto che le piante donano all’uomo.



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