Santuario

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Un pomeriggio di maggio del 1929, l’avvocato Horace Benbow, diretto a Jefferson dalla sorella, si avvicina a una fontana nei pressi della strada. Mentre è chinato a bere, nota che davanti a lui c’è uno strano individuo che lo fissa. Probabilmente un “moonshiner”, un distillatore clandestino. Preoccupato che abbia cattive intenzioni, cerca di rassicurarlo: “Se si tratta di whisky, non m’importa niente di quanto ne fate o ne vendete o ne comprate”, lui vuole solo arrivare a Jefferson prima che faccia buio, sta viaggiando scroccando passaggi. L’uomo, uno strano meticcio che dice di chiamarsi Popeye, fuma taciturno ma ha un’aria minacciosa: senza che quello lo dica esplicitamente, Benbow sente in qualche modo di essere suo ostaggio. Perciò, quando Popeye si avvia per un sentiero scavalcando un tronco messo a bloccare il passaggio, l’avvocato lo segue. Arrivano ad una vecchia casa padronale malridotta, una “rovina sventrata che si erge nuda e desolata da un boschetto di cedri inselvatichiti”, che sta facendo quasi buio. Ci trovano tre uomini e una donna, Popeye presenta Benbow come “un professore” – perché ha un libro nella tasca della giacca – e spiega loro che non sa se stava spiandoli, cercandoli oppure davvero è solo di passaggio. La donna, che indossa un abitino liso e ciabatte da uomo slacciate, è ai fornelli, fuma una sigaretta e nel mentre osserva incuriosita Benbow, le fa tenerezza o forse altro. Suggerisce al suo compagno Goodwin e agli altri uomini di lasciarlo andare per la sua strada, “le sue donne” lo staranno aspettando. Dopo aver mangiato, Horace – più rilassato – inizia a chiacchierare, a sfogarsi con quella strana compagnia, non ce la fa più ad andare avanti con la moglie Belle, non sopporta più nulla di lei, per esempio i gamberi che ogni santo venerdì da dieci anni deve prendere dalla stazione e portare a casa in una cesta gocciolante. Uno dei moonshiner accompagna Benbow di nuovo verso la strada, c’è un camion che parte per Jefferson e Memphis carico di liquore, gli daranno un passaggio. Giunto a casa della sorella, vedova da dieci anni, l’avvocato conosce un certo Gowan, uno studente universitario che incredibilmente – dato che lei è tutt’altro che una bellezza, ed è per giunta decisamente più grande di lui – la sta corteggiando da un po’. Ma quella sera stessa Gowan si reca a un party, dove deve incontrare Temple Drake, una studentessa molto carina con i capelli rossi che ha fama di “ragazza facile”…

È probabilmente colpa dello stesso William Faulkner, se il suo quinto romanzo ha avuto per decenni una pessima reputazione e ha ricevuto indifferenza – se non aperta ostilità – da parte della critica. Santuario infatti uscì nel 1931 passando abbastanza inosservato e Faulkner pensò bene allora per correre ai ripari di inserire una sua introduzione nella seconda edizione, datata 1932, in cui spiegava che il romanzo non era altro che quello che oggi chiameremmo “una marchetta” buttata giù “in circa tre settimane” ficcando nella storia più sesso e violenza possibile, con il solo intento di far cassa. E raccontava infatti che quando il manoscritto era stato sottoposto nel 1929 all’editore aveva suscitato in quest’ultimo una reazione che suonava più o meno così: “Se pubblichiamo questa roba finiamo dritti in galera!”. Faulkner allora si era rassegnato a non vederlo mai pubblicato, ma – spiegava sempre nella famosa introduzione – molti mesi dopo aveva inaspettatamente ricevuto le bozze cianografiche da correggere e aveva dovuto ricredersi con piacere. Questa narrazione è in larga parte fantasiosa, come hanno rivelato in seguito diversi studiosi, primo fra tutti Noel Polk della University of Southern Mississippi. A scrivere Santuario il futuro Premio Nobel per la Letteratura 1950 ci ha messo tutta la prima metà del 1929 (non che sia poi molto, eh, ma non sono tre settimane), basandosi su di un fatto vero raccontatogli da una donna in un nightclub di New Orleans. Ironicamente, l’alone di peccaminosità che Faulkner voleva creare attorno al suo romanzo per farci soldi non ha avuto granché effetto, perché ha sì effettivamente fatto crescere di molto le vendite (un critico allora ebbe a definire Santuario “un bestseller per tutte le ragioni sbagliate”), ma il fallimento della casa editrice Jonathan Cape & Harrison Smith gli fece perdere gran parte delle royalties. Una disastrosa versione cinematografica del 1933 non fece che peggiorare le cose. Bisognò attendere il 1958, anno in cui Faulkner sottopose il libro a una sostanziosa revisione (la base per questa edizione Adelphi, con una nuova curatela e traduzione di Mario Materassi), per una nuova primavera e, dopo un paio d’anni, un film finalmente ben fatto e soprattutto di successo, Il grande peccato, con Lee Remick e Yves Montand. Andre Malraux ha scritto di Santuario – e la frase è stata parafrasata e scopiazzata da innumerevoli recensori – che in questo romanzo la tragedia greca fa la sua irruzione nel romanzo hard-boiled, ed è effettivamente una osservazione geniale. Faulkner qui racconta lo scontro non fra il Bene e il Male, ma fra due diverse declinazioni del Male: quella che proviene dall’abisso dell’istintualità più bestiale, del degrado sociale e morale, e quella frutto di una contorta, perversa razionalità. In mezzo a queste due forze oscure e potenti sta la figura di Benbow, debole e frustrato, vittima delle “sue donne” e della sua passività, tormentato dal suo desiderio incestuoso nei confronti della figliastra. Ci sono violenza, sesso, crimine, disperazione e morte: ma la descrizione di Santuario come di un romanzo pressoché pulp fatta dal suo autore è come dicevamo del tutto pretestuosa: se i temi infatti possono ricordare la narrativa di genere, lo stile è quello che ha reso celebre Faulkner, magmatico e difficile. In più punti si è costretti a fermarsi e rileggere per capire esattamente lo svolgersi dei fatti (e spesso si rimane col dubbio di non aver capito affatto) e i personaggi sono complessi e sfaccettati pur nella loro nettissima caratterizzazione.



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