Savage Lane

Savage Lane
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“Ti ho visto, va bene? Ti ho visto!”. Deb e Mark stanno tornando a casa in macchina dopo una serata passata nella nuova villa dei Lerner, i loro amici ricchi di Bedford Hills. Deb è furiosa con suo marito anche se questa non è una novità, visto che ultimamente le minacce di divorzio sono all’ordine del giorno. È che quella sera, finalmente, ha avuto la conferma dei suoi sospetti: Mark e Karen Dayly, la loro vicina di casa, hanno una relazione. I due sono amici da molto tempo e il loro rapporto si è intensificato da quando Karen e suo marito Joe si sono lasciati, ma a vederli insieme si intuisce che c’è qualcosa di più: attrazione, complicità; Deb li ha sgamati nel giardino dai Lerner che parlavano fitto fitto, e Mark ad un certo punto ha preso tra le sue la mano di Karen: è stato solo un attimo, ma tanto è bastato perché Deb si costruisse un film nella sua testa. “Non è successo nulla con Karen, va bene?” si affanna a spiegare Mark. Il che è vero solo in pratica, perché in teoria, Mark, se la farebbe volentieri la bella quarantaquattrenne dal corpo perfetto e le labbra sensuali. Anzi, facendo il giochino innocuo dei “se” davanti allo specchio, mentre con indosso solo i boxer si contempla, autoconvincendosi di essere ancora un bel bocconcino – “Cosa aveva detto Erica McCarthy? Ah, già, che aveva lo sguardo meditabondo e tenebroso di Javier Bardem” – pensa che lui e Karen avrebbero potuto mettersi insieme in un futuro in cui avesse affrontato il divorzio con Deb, e i loro figli, già migliori amici, sarebbero diventati fratellastri vivendo in armonia sotto lo stesso tetto. Karen, che si da parecchio da fare sui siti di incontri, sembra non essere dello stesso avviso: Mark non potrebbe mai essere il suo uomo; troppo egocentrico, troppo legato alle apparenze. Troppo debole, per lei. È ancora scioccata dal fatto che le abbia preso la mano, quella sera, e anche piuttosto infastidita dai suoi continui messaggi in cui la chiama “piccola” o “dolcezza” e a cui lei risponde sempre sbrigativa. Deb, dal canto suo, ingoia rum come antidoto al dolore e tenta un gioco di seduzione poco gradito a suo marito, ulteriore conferma che Mark ha la testa da un’altra parte. Ma la donna, già da un po’ di tempo ha di che consolarsi: Owen Harrison, diciotto anni, messaggi sconci al telefono e giochini erotici alla “professore e studentessa”: “Beh, lei sa che farei qualsiasi cosa per una A, signor Harrison”…

In un’intervista rilasciata al blog inglese “Jeras Jamboree”, alla domanda: “Se avessi potuto dare un consiglio ai tuoi personaggi, prima delle prime pagine del libro, quale sarebbe stato?”, Jason Starr risponde candidamente: “Di chiedere un supporto psicologico!”, ammettendo divertito di avere goduto un mondo nell’affidare il punto di vista del suo domestic noir a personaggi chiaramente fuori di testa, talmente pieni di se da avere una visione completamente distorta della realtà; un confine, quello tra realtà e fantasia, che per certi individui risulta essere indistinguibile, dando adito a comportamenti imprevedibili qualora le attese vengano miseramente disilluse. Starr, mente brillante e versatile capace di barcamenarsi con estrema naturalezza, e rara abilità, tra prosa e fumetto (al suo attivo nove bestseller, diversi progetti di sceneggiatura, un originale graphic novel e un bel po’ di comics per Marvel e DC), si afferma come autore negli anni ’90 - dopo avere collezionato lettere di rifiuti ed essere stato clamorosamente licenziato dalla St. Martin’s Press, prestigiosa casa editrice americana, per il suo “vizietto” di leggere e scrivere alla scrivania - quando il noir era un genere fuori moda, rappresentando “Un clistere di soda caustica per un genere addormentato”, tanto per rubare la simpatica ed efficace metafora utilizzata da Charles Ardai, editor e fondatore della Hard Case Crime, una delle tantissime case editrici con cui Starr ha collaborato. New york è sempre stata l’habitat naturale dei suoi romanzi, Starr è nato a Brooklyn e vive a Manhattan, ma per Savage Lane (l’assonanza con la famosa Wisteria Lane, regno delle casalinghe più disperate d’America, è d’obbligo!) sceglie un sobborgo tranquillo ed elegante: l’area suburbana di Westchester, un’ambiente teoricamente di più ampio respiro ma paradossalmente molto più claustrofobico della city, in cui gli occhi curiosi del vicino sono sempre puntati al di la del tuo grazioso giardinetto, ed è meglio che paranoie e morbosità restino ben nascoste dietro la porta, in nome di quell’ “American way of life” che inneggia alla perfezione, creando, sotto la scintillante superficie, oscuri mostri di egoismo e ipocrisia. Mark - a quanto pare, il personaggio preferito dall’autore – è il patetico emblema di questo modo di vivere esasperato: un lavoro stressante alla CityBank di Manhattan, un matrimonio in crisi, ma va bene così: c’è chi sta peggio dopotutto; sua moglie che sparisce - ma chi se ne frega? L’importante è avere rinnovato l’iscrizione al Country Club, giocare a tennis nel tempo libero e masturbarsi tra le lenzuola fantasticando di cavalcare la sua sexy vicina. Vi ricordate di Lester Burnham, il mitico perdente, l’antieroe interpretato da Kevin Spacey nel capolavoro di Sam Mendes, American Beauty? Ebbene, Mark ce lo ricorda parecchio per certi versi, ma per lui, al contrario del povero Lester, c’è una cosa molto importante che non è assolutamente contemplata: la redenzione. Esilarante, crudo, teso, ironico, provocatorio: Savage Lane è una vera goduria.



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