Scomparso

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Il padre di Omar è scomparso e il bambino, disperato, tenta di interpretare le ragioni di quell’assenza. Inutili sono le risposte della madre, che – messa di fronte agli interrogativi di Omar – invece di regalare al figlio il solito sorriso ampio e gioviale manifesta cupezza e rigidità. Così, per fugare ogni dubbio ed evitare quella strana smorfia che la madre si stampa in faccia di fronte agli interrogativi di Omar, il giovane decide di trasformarsi in un piccolo investigatore, il più piccolo detective del campo profughi di Jabaliya, in Palestina. Complice dell’avventura è Ahmed, il compagno di avventure con cui Omar confabula quando nessuno li guarda oppure a scuola durante l’intervallo, quando si trovano assieme ad andare verso la mensa con le mani in tasca e lo sguardo in avanti, per non destare l’attenzione degli adulti. Così i due compilano una lista di nomi al fine di interrogare tutti coloro che sono stati in rapporto col papà di Omar. L’uomo che è in cima alla lista, quello che il bambino più di ogni altro desidera incontrare è Uri, il soldato israeliano biondo con i Ray-Ban che vede ai posti di blocco. Così una calda mattina di venerdì, giusto una settimana prima di compier nove anni Omar decide di andare alla caserma dove si trova Uri. La mamma lo rimprovera perché proprio quel giorno deve andare al mercato per comprare limoni, menta e cumino, gli ingredienti necessari per cucinare il pesce. Il bambino va al mercato e poi con le sporte piene di alimenti invece che andare a casa si avvicina alla caserma dei militari israeliani posta al lato del campo e approfittando dell’esistenza di un’auto che sta per entrare, proprio mentre le ante del grande cancello stanno per rinchiudersi, sgattaiola dentro. Ma quando si trova all’interno della caserma ha paura, si irrigidisce perché sente un soldato caricare il fucile e gridare in ebraico: “Taatsour. Fermo. Tarim yadayem, mani in alto”. Le sportine di plastica gli scricchiolano tra le mani. Il soldato ripete l’ordine del mani in alto. Altri soldati escono dall’edificio mentre Omar avvertendo il caricamento delle armi comincia a piangere. Alla fine i soldati indietreggiano, si tolgono il casco, tirano fuori le rispettive radio e parlano tra loro. È un attimo e sbuca fuori un altro soldato, uno della cui presenza Omar non si avvede. È proprio lui che sferra un calcio alla schiena del piccolo mentre un altro gli mette le manette. Così il bambino viene trascinato verso l’ingresso principale dell’edificio. Dentro la caserma Omar è terrorizzato, pensa alle sporte piene di spesa da consegnare e soprattutto alla madre che lo aspetta. Dopo qualche ora la porta si apre ed è proprio Uri che entra e si pone davanti al bambino. L’uomo si toglie gli occhiali e comincia a urlare: “Per chi lavori?” “Fai parte di Fatah?” “Sei di quei bastardi che credono che spazzeranno gli israeliani in mare?” “Chi ti ha mandato qui?”…

Il libro di Ahmed Masoud descrive in maniera commossa e partecipata, quasi diaristica, l’avventura di un bambino all’interno del campo profughi di Jabaliya, a nord della striscia di Gaza a partire dal 1980 sino a oggi. Attraverso una narrazione resa con dialoghi immediati e descrizioni vivaci, solo in apparenza e a tratti ingenua, l’autore – che proviene egli stesso dai territori palestinesi occupati – illustra compiutamente la vita all’interno del campo profughi facendo emergere in maniera indiretta la realtà drammatica che si vive in tutto il territorio sottoposto al controllo israeliano. I visitatori europei hanno ripetutamente descritto Jabaliya come un campo di sterminio o una prigione a cielo aperto ed in effetti l’autore, attraverso la vicenda del piccolo Omar ne fornisce piena conferma. Non sono invenzioni di giornalisti filo-palestinesi quelle che l’Occidente scandalizzato legge sui giornali. Dopo lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, conosciuta come la “rivolta delle pietre”, Israele, in un crescendo di sofisticate strategie militari, ha posto in essere un’autentica opera di “pulizia etnica” in danno dei palestinesi, è uno stato-controllore spietato e privo di scrupoli, capace anche di commettere atroci atti di ingiustizia nei riguardi di civili innocenti. Le tecniche con le quali la popolazione civile palestinese viene, di fatto, privata di tutti i diritti sono conosciutissime in Europa, basti pensare alla politica di insediamento dei coloni israeliani nei territori della Cisgiordania, alla privazione dei rifornimenti idrici necessari per l’agricoltura, all’asservimento di coloro che privati delle case sono costretti a porsi a servizio degli occupanti. Tuttavia l’autore svela anche altri modi “sofisticati” adottati dai militari di guardia nei campi profughi per indebolire i palestinesi. Uno di questi lascia il lettore di stucco perché è diretto a strumentalizzare la coscienza di un bambino di appena nove anni senza alcun riguardo etico sia per la giovane età e sia per le condizioni di svantaggio sociale in cui vive. Il libro dunque ha una rilevante valenza documentaristica e testimonia il dispiegarsi di una tragedia contemporanea, di una guerra silenziosa condotta ad armi impari in un territorio diventato l’emblema di tutti i conflitti e si presta ad una lettura e riflessione collettiva ogni qualvolta appaia necessario approfondire le responsabilità del conflitto mediorientale e conoscere da vicino la realtà dei campi profughi in Gaza.



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