Scuola di demoni

Scuola di demoni

Il milanese Michele Mari, classe 1955, esordisce nel mondo della narrativa con Di bestia in bestia del 1989, pubblicato in età relativamente giovane. Da lì in poi ha guadagnato una considerazione sempre più consistente fra gli addetti ai lavori, mantenendo una certa prolificità e giungendo a platee mainstream con la raccolta di liriche Cento poesie d’amore a Ladyhawke, successo molto inaspettato per ammissione dello stesso autore considerando che quello era nelle sue intenzioni un libretto minore e senza pretese (eppure ancora oggi è gettonatissimo, e va a ruba soprattutto fra il pubblico femminile). Non solo poeta pop, ma soprattutto narratore di caratura, nella cui voce risuonano quelle erudite e irrequiete di Gadda, Manganelli, Bufalino. Walter Siti, modenese, pubblica invece il suo primo romanzo (Scuola di nudo, 1994) in età già matura e con una carriera accademica di tutto rispetto iniziata formandosi alla Normale di Pisa. Il successo clamoroso arriva decisamente più tardi, con Troppi paradisi del 2006 e soprattutto col Premio Strega vinto con Resistere non serve a niente. I due mostri sacri del Canone contemporaneo hanno analogie e differenze, che in una ideale intervista allo specchio possono emergere con maggiore evidenza…

Diversi ma simili, entrambi con un modo personalissimo di affrontare la materia autobiografica e di trasfigurarla in letteratura, entrambi ormai unanimemente venerati come i maestri di cui fra cinquant’anni leggeremo e parleremo ancora, Michele Mari e Walter Siti si stimano a vicenda, pur ammettendo a più riprese che non sarebbero capaci di scrivere come fa l’altro. Quest’opera di Carlo Mazza Galanti (nel 2020 tornato in libreria col suo primo romanzo Cosa pensavi di fare? uscito per il Saggiatore) ha l’ambizione di giustapporre i due autori, per far lentamente precipitare il lettore nel vortice di idee, passioni, ossessioni e riferimenti che inevitabilmente vengono fuori. Il titolo dichiara sin da subito l’obiettivo, quello di fondere le loro due anime e farle dialogare a distanza: infatti Scuola di demoni non è altro che la fusione fra Scuola di nudo sitiana e I demoni e la pasta sfoglia di Mari. Il libro nasce mettendo assieme materiali eterogenei raccolti in tempi differenti, dunque non si tratta di una sorta di sbobinatura originata da un’intervista-fiume, ma di un lavoro di selezione, rielaborazione e costruzione: il curatore ha tenuto conto di confessioni strappate in occasioni varie, interviste già comparse su “Il Tascabile”, brevi battute pronunciate a margine di qualche evento culturale, veri e propri colloqui svoltisi in vista di questa pubblicazione. In fase di revisione, sia Siti che Mari hanno poi contribuito a correggere, precisare o ampliare il loro pensiero riguardo determinati passi. Nel consigliare la lettura di Scuola di demoni anche (e forse soprattutto) a chi non abbia dimestichezza con i due autori, vanno forse citati alcuni dei passi più sorprendenti e interessanti: Mari che manifesta la sua idiosincrasia per la letteratura massimalista americana (“ho provato Underworld di DeLillo, ho provato V di Pynchon, Infinite Jest di Wallace… arrivo a pagina 30, chiudo, riprovo, non riesco…”), Siti che riguardo a Pasolini afferma (probabilmente con un’impietosa quanto veritiera frase a effetto) “Marx non sapeva neanche dove stesse di casa”, Mari che venera un autore oggi misconosciuto come Mervyn Peake e mostra disgusto rispetto a Sulla strada di Kerouac, Siti che racconta di amori finiti male che l’hanno lasciato con le ossa rotte, oppure di alcune fugaci esperienze con marijuana e cocaina. Sia Mari che Siti, in ogni caso, ne vengono fuori come autori che non amano le scritture che un tempo si sarebbero definite “impegnate”, perché la ricerca di grandi temi può risultare una gabbia, un ricatto rispetto alle scelte formali. Di certo entrambi appaiono “apertamente e consapevolmente post-ideologici”, nel senso che nessuno dei due, pur avendo idee politiche piuttosto chiare, cerca di dare un orizzonte politico ai suoi romanzi, né mostra di essere alla ricerca di egemonia culturale come un intellettuale novecentesco.



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