Sei valigie

Sei valigie

L’ebreo russo Schmil, durante gli anni della guerra fredda, contrabbanda valuta estera e viene fermato all’aeroporto di Mosca, dopodiché sbrigativamente giustiziato. I suoi quattro figli ne saranno segnati per sempre, anche perché uno di loro, Dima, era stato arrestato con una simile imputazione, proprio poco prima del padre, e da allora, mentre intanto scontava cinque anni di prigione, in famiglia aleggia il tremendo dubbio che sia stato proprio lui a svelare i traffici paterni, pur di barattare informazioni in cambio della vita. Questa storia diventa così l’ossessivo ricordo con cui ognuno dovrà fare i conti, compresa la discendenza dei nipoti di Schmil. Infatti, uno di questi, il narratore Maxim, si chiede chi abbia tradito il suo tate – nonno, in lingua Yiddish - condividendo da sempre l’interrogativo con Jelena, la sorella più grande. È stato davvero lo zio Dima? O piuttosto sua moglie Natalia, “che ha sposato uno dei fratelli perché non poteva avere l’altro”, bellissima e alla moda, sopravvissuta ad Auschwitz, sorridente in modo inspiegabile per la madre di Maxim (“Come si può ridere così […] dopo essere stati nei campi di Hitler?”), che la detesta perché l’uomo amato un tempo da lei era Sjoma, il padre del narratore? Oppure, chissà, è stato un altro dei fratelli, Lev, fuggito per primo a Ovest, che ha interrotto ogni rapporto con i parenti? Maxim, mentre cresce tra Praga e Amburgo, si pone queste domande, consapevole che il mistero sul nonno è in fondo l’ultimo collante di una famiglia ormai dispersa…

Per Maxim Biller (Praga 1960), che ci racconta in questo romanzo la propria famiglia, è come se il nonno Schmil non fosse mai morto. Egli rivive, nei suoi ricordi di bambino, di adolescente e di adulto continuamente in cerca della verità e, in fondo, delle radici di fuoriuscito ebreo, l’eterno oggetto di una persecuzione che non si estingue (“A un certo punto uno di loro si alzò […] e passando davanti al nostro tavolo sibilò sottovoce: «Ebrei di merda…». Era la prima volta che mi capitava una cosa simile. Io avevo vent’anni […]”). Schmil non è morto nemmeno per Jelena, la sorella dello scrittore che oggi vive a Londra, anche lei autrice di un romanzo in cui tenta di sciogliere lo stesso nodo, che come un cappio si è avvolto intorno alla loro vita. O forse, più che un cappio, si è trattato di un peso insostenibile, come quello delle sei valigie del titolo, che in qualche modo sono i segreti familiari svelati in ognuno dei sei capitoli. Ciascun personaggio possiede la propria verità, sospesa in una dimensione temporale intrecciata tra passato e presente in modo inestricabile e conservata in frammenti sparsi a causa della diaspora volontaria a cui si sono sottoposti i quattro fratelli (fino in Brasile, dove uno di loro ha fatto fortuna). C’è un nucleo molto commovente in questo recupero amorevole della storia di famiglia nella bufera della Storia che tutto spazza via: “Che cos’avrei fatto io in realtà, pensavo, al posto di Dima o dei miei genitori? Sarei rimasto, sarei fuggito, se i comunisti mi avessero preso avrei denunciato i miei amici e parenti più stretti?”, si chiede il quindicenne Maxim, rivelandoci l’intima pena di chi ha subito le costrizioni dei regimi totalitari. Un viaggio profondo e malinconicamente bello per il lettore, pur essendoci anche – come in tutte le famiglie – momenti ironici e buffi che faranno sorridere.



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