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Seni e uova

Seni e uova

Per capire se una persona è povera, basta chiederle quante finestre sono presenti nella casa in cui vive. Nell’appartamento in cui viveva da piccolina insieme a sua madre, suo padre e a sua sorella maggiore Makiko, c’erano poche finestre e per di più ostruite da mobili e oggetti vari che impedivano di guardare fuori. Natsume è su un treno diretto a Tōkyō e la riflessione su finestre e povertà le è sorta osservando la ragazzina seduta di fronte a lei nello scompartimento. È una ragazzina gracile, sugli otto anni, con una canottiera azzurra dallo scollo sgualcito e le scarpe da ginnastica sporche e oramai logore; sul suo viso abbronzato spiccano macchioline scure. L’aspetto malconcio della ragazzina fa venire in mente a Natsu la parola “povertà”. Le ricorda un po’ se stessa da bambina. È l’estate del 2008. Natsume ha trent’anni e sono passati oramai dieci anni dal suo primo giorno a Tōkyō, ma non ha ancora nulla della donna che avrebbe voluto diventare. Continua a vivere di lavoretti saltuari, ha un blog che nessuno legge, scrive racconti che nessuna casa editrice vuole pubblicare. Non ha amici, non ha una relazione. Quel giorno, ha appuntamento con la sorella Makiko e sua figlia dodicenne Midoriko a mezzogiorno all’uscita Marunouchi nord; le due arriveranno in stazione con un treno proveniente da Ōsaka. Makiko ha avuto sua figlia all’età di ventisette anni e, dopo aver divorziato da suo marito, l’ha cresciuta da sola sgobbando a orari impossibili come hostess nello stesso snack-bar in cui lavorava anche la loro madre. Qualche tempo fa, la sorella si è confidata con lei in merito a un problema con sua figlia; Midoriko non le rivolge la parola da un po’ di mesi e l’unico modo con cui comunica è un quaderno. Tuttavia, questo mutismo selettivo non è esteso a tutti gli interlocutori, ma solo alla madre. Natsume cercherà di capirci di più nei giorni in cui sua sorella e sua nipote trascorreranno con lei a Tōkyō. Ad ogni modo, Makiko e Midoriko non sono venute per una semplice visita di cortesia, ma per un motivo ben preciso: sua sorella Makiko è fortemente intenzionata a rifarsi il seno in uno dei centri specializzati della città… Sono passati dieci anni. C’è stata una svolta decisiva nella vita di Natsume. Una casa editrice ha finalmente deciso di pubblicare la sua raccolta di racconti. Il libro ha avuto un discreto successo e Natsume riesce a vivere dei proventi. Collabora con diverse riviste scrivendo articoli di approfondimento e curando rubriche. Ha un ottimo rapporto con la sua editor che non le fa pressioni per la stesura – ormai da qualche tempo in panne – del suo prossimo libro. Natsume sente crescere in lei un’esigenza impellente. Lei deve avere un figlio, sente che deve “incontrare” il suo bambino. È vero che non ha una relazione, ma poco importa. Ci sono valide soluzioni alternative e così inizia a documentarsi con sempre maggior intensità e frequenza sul metodo della fecondazione assistita…

Mieko Kawakami ha un curriculum a dir poco poliedrico e leggendo Seni e uova è possibile rintracciare alcune esperienze biografiche e lavorative che l’autrice ha proiettato sulle sue protagoniste. Come le donne del romanzo, la scrittrice proviene da una famiglia che ha dovuto far fronte alle ristrettezze economiche. Cresciuta dalla madre, Kawakami ha iniziato a lavorare sin da giovanissima in una fabbrica di scarpe per contribuire al sostentamento della famiglia. Inoltre, come la protagonista Natsume, ha lavorato come commessa di libreria e ha tenuto un blog (seguitissimo, a differenza di quello della protagonista) e come Makiko, sorella della protagonista, la scrittrice ha lavorato come hostess in snack-bar a Ōsaka, sua città natale, per poi trasferirsi a Tōkyō. Qui, Kawakami intraprende la carriera di cantante J-pop, incide tre album e successivamente si dedica alla produzione poetica e letteraria. Con Seni e uova, opera con la quale ottiene successo di pubblico e critica – nel 2013 riceve il prestigioso Premio Tanizaki e le lodi di Murakami Haruki, nientemeno – la scrittrice traccia un ritratto minuzioso e sfaccettato della condizione della donna in Giappone, ritratto che pare abbia infastidito i più conservatori, in particolare gli uomini. Ciò non stupisce in quanto leggendo il romanzo, gli uomini rappresentati sono lavativi, depressi, palloni gonfiati, incompetenti, oppressori se non depravati. Toccando una moltitudine di temi – dall’indipendenza economica alla maternità, dalla carriera alla sessualità, dalla famiglia ai dettami imposti dalla tradizione alle donne, dal rapporto con i figli al rapporto con il proprio corpo – Mieko Kawakami sferra un duro attacco alla società maschilista e al patriarcato che ancora imperversano nel Giappone contemporaneo. Il romanzo è suddiviso in due parti; la seconda e assai più corposa parte è un’interessantissima e inedita riflessione sulla maternità, vista e rappresentata come esigenza individuale, totalmente scevra da impulsi sessuali o desideri relazionali. Da questo tema centrale ne scaturisce uno ulteriore, di pari importanza ossia il diritto del bambino: è giusto mettere al mondo un figlio solo per soddisfare un’esigenza o un desiderio, per quanto impellenti? Un romanzo dalla prosa asciutta, esatta, ma che non teme di inoltrarsi anche in visioni allucinate. Attraverso un’opera senza alcun dubbio femminista, che dà voce a una pluralità di donne, Kawakami denuncia soprusi e rende visibili angosce, ambizioni e intelligenze per troppo tempo taciute.