Sette opere di misericordia

Sette opere di misericordia

12 giugno 1981, Napoli. Nicola sta componendo un tema per la scuola. Il titolo chiede di descrivere le proprie impressioni relative al dramma che sta vivendo la comunità italiana testimone dei tentativi di soccorso del piccolo Alfredo, caduto in un pozzo artesiano, e ripresi dalle tv nazionali. Nicola racconta che ha immaginato di essere Alfredino. Ed è come se avesse sentito tutto ad un tratto la sua stessa paura. Ed era tanta. Con il pensiero, Nicola gli dice di non urlare, perché gli serviranno energie. Pensa che Alfredo sia molto coraggioso, probabilmente più di lui, ma Nicola, forse perché è più grande, o forse grazie al papà Cristoforo per cui “la contentezza era una propensione”, ha un trucco per superare i momenti difficili, una sorta di gioco che vorrebbe tanto far sapere al piccolo, giusto per distrarlo: Nicola riesce a immaginarsi le cose belle, anche se belle in quel momento non sono. È un’illusione, lo sa, ma proprio per questo bisogna impegnarsi bene così che la paura e l’angoscia svaniscano. Ad esempio, Nicola lo fa ogni volta che gli ritorna in mente Laika, la cagnolina inviata sulla luna qualche anno prima. Quando il padre gli ha raccontato la storia, è rimasto atterrito dalla fine di quel povero animale; anche in quell’occasione Nicola ha sentito la paura di Laika. Allora immagina che Laika sia rimasta sulla luna, a giocare, a tuffarsi dentro i crateri e a correre per tutta la superficie, contenta di essere libera. E perché no, magari, quella sera, Nicola potrebbe vedere sulla luna Laika correre con Alfredino, entrambi gioiosi, così da non pensare a quel pozzo buio...

Piccolo ripasso necessario: quali sono le sette opere di misericordia? Eccole di seguito: seppellire i morti, visitare i carcerati, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, curare gli infermi, dar da bere agli assetati, ospitare i pellegrini. Nel romanzo, le sette opere di misericordia si palesano nel dipinto di Michelangelo Merisi da Caravaggio situato a Napoli, al Pio Monte della Misericordia, composto i primi anni del 1600, e intitolato appunto Sette opere di misericordia; Lorenzo, insegnante di buona famiglia scappato a Napoli per ribellione verso la sua famiglia borghese, lo contempla estasiato, affermando che “quei personaggi avrebbero potuto staccarsi dalla parete e scendere fra loro” tanto sono palpitanti. Insegna così ai ragazzi della sua classe il significato della parola misericordia, una pietà che viene dal profondo, dal cuore, e che è talmente dirompente da manifestarsi in azioni. Piera Ventre, con la sua scrittura magica, ci conduce tra i vichi di una Napoli post terremoto dell’Irpinia (avvenuto il 23 novembre 1980, in una domenica sera: si contano quasi 3000 vittime, oltre a migliaia di feriti e a centinaia di migliaia di sfollati), in una famiglia sgangherata, ma neppure troppo, umana verrebbe da dire, e ci travolge con un linguaggio che è poesia, è musica, coinvolge i sensi. La terribile vicenda del piccolo Alfredo fa da sfondo agli eventi comuni e infelici di Cristoforo, custode del cimitero, di sua moglie Luisa e dei loro due figli, nonché di altri personaggi corollari, fino ad allargarsi alla Napoli intera, materna e matrigna. Oltre a ricordarci delle opere di cui sopra, forse il sentimento di misericordia dovremmo provarlo prima di tutto verso noi stessi, verso le nostre debolezze e fragilità. Come il precedente Palazzokimbo, un romanzo imperdibile.



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